L’amore ideale

Ero miope,

lei era presbite.

Mi scorse da lontano,

ma io non la notai.

Poi, giunta nei miei pressi

m’incuriosì e la guardai,

ma fu lei a non riconoscermi

come quello di prima.

Oramai era tardi.

Eravamo già incantati

dai nostri occhi,

lei da lontano

io da così vicino.

Tanto che giungemmo

a un compromesso:

restammo a metà strada,

ciascuno dei due a rimirare

l’ombra sfumata dell’altro.

Riuscimmo così a completarci

insieme,

ma distanti quanto basta

e vicini quanto basta.

Avevamo trovato, entrambi,

il nostro amore ideale.

Come un Renoir

Disegnai la parabola della mia vita

con assoluta precisione,

misurandone tempi e metriche distanze,

e senza perdermi in iperboliche emozioni.

Feci e rifeci giri concentrici con la mente,

accompagnandomi con il compasso

della perfezione.

E passo passo misurai in pollici

la mia costruzione

come di una figura geometrica

precisa e definita.

Due più due fa quattro

e di certo non ci si può sbagliare,

mi dissi.

E fece sul serio quattro

così me ne convinsi

e giocai anni e anni ancora

col piccolo metro che stringevo

come una spada.

Alla maggiore età mi regalarono un cucù

che misurasse limpido i tempi e le ore

con la puntualità della mia cara Svizzera.

Pensavo di essere felice.

Poi mi passasti avanti canticchiando,

con il disordine sublime delle cose belle,

meravigliosa e inutile come un Renoir

a cui non si comanda.

E nella smania di seguirti

persi nozione del tempo e dello spazio

che erano stati la mia vita

fino ad allora.

Ma cosa mai

avrebbe potuto importarmi,

in quell’istante?

Avevo l’amore, finalmente.

E tutto il resto, giuro, mi parve

meno che meno

che meno di niente.

L’uomo che cammina sul filo

L’uomo che cammina sul filo,

conosce la sua strada.

L’uomo che cammina sul filo,

sa di trovare la risposta

nel passo successivo,

capovolto sull’altro.

L’uomo che corre sul filo,

non abbassa lo sguardo

per un istante.

Preferisce cadere

che guardare.

Preferisce morire

che capire.

L’uomo che si ferma sul filo,

ha smesso di mascherarsi

dietro un traguardo.

L’uomo che si ferma sul filo,

è un uomo

che ha scelto di morire,

ed è morto

per cercare di capire.

Il bambino ribelle

Il bambino ribelle

disegna forme sulla sabbia.

È indaffarato in mille artifici,

ruote e capriole.

Si rigira come danzasse,

su quel mare di polvere bianca,

credendo di lasciare una traccia.

Neanche il tempo

di fermarsi a pensare

un istante.

Neanche il tempo

di avere paura

un istante.

Il bambino ribelle

gioca con i colori della vita

strusciandosi nella sabbia

come un pagliaccio spaventato dal vento.

Ha il sole sulle labbra e, dispettoso,

ride al cielo assieme ai suoi capelli

spettinati di luce.

Sbigottito,

mira l’infinito della linea dorata

che lo separa dal cielo,

e nemmeno si accorge

dell’acqua ai suoi piedi,

che mangia ogni cosa,

cancellando ogni traccia,

sotto i suoi occhi beffati

di naufrago cieco.

L’uomo nella valigia

C’è un uomo

nella valigia

alla stazione.

Chiede di uscire

allo scoperto

nessuno lo ascolta.

Il treno sta per partire.

La sua amata

lo cerca con gli occhi

fatti di lacrime.

Il ciuf ciuf è fragoroso.

Il capostazione

fa un gesto frettoloso

con la mano.

I fazzoletti bianchi

sventolano

come bandiere.

L’uomo nella valigia

si chiede il perché

di tutto questo.

Ha smesso

di prendere a pugni

la sua valigia.

Sa che gli rimane

solo quella

adesso.

L’orologio della stazione

fa tic tac

e passano le ore

 

passano gli anni

 

passa una donna

che prende la valigia

invecchiata

e graffiata ovunque.

La stringe con cura

al seno

cercando di amarla.

Ma l’uomo nella valigia

adesso non sente

più niente.

 

C’è stato

troppo rumore

nella stazione.

C’è stato

troppo silenzio

nella valigia.

Medea

Comunione dei beni, ti dico
nessuna cerimonia
operata con movenze da prete
nell’acquasantiera degli oggetti privati.
E non si tratta certo di leggi
nemmeno questa volta,
piuttosto direi
temporanea infermità del buon senso costituito.
La nostra commedia continua
anche se volti la testa, ammaliata,
al temporaneo dramma con paesaggio
che ti scorre di lato.
Beffa dell’amore mal riposto,
della fiducia tradita e della biologia evolutiva
(se davvero ci teniamo
a esser sinceri).

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Il giorno da IKEA, la notte all’inferno: atto unico di assemblaggio

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I. COMPARTO GIOCHI – “Tu sei felice?”

Un parco giochi al chiuso, per bambini. Ma nel corso della rappresentazione vedremo solo adulti.
Un grosso contenitore-piscina di palline colorate all’altezza della quinta di destra. Piccoli scivoli di plastica, anelli che scendono dall’alto, rete di corda per arrampicarsi e sullo sfondo quelli che paiono essere grossi quadri di carta velina, che successivamente verranno sfondati. Un giocoliere vestito da clown che di tanto in tanto passa sul monociclo, tentando grossolani equilibrismi con una scopa. Diverse figure di adulti dai lineamenti facciali irriconoscibili si muovono attorno ai giochi, come fantasmi. Immobilità e noia assoluta. Oscurità e silenzio.
Voce off: (che sussurra meccanica e annoiata) Chi siamo noi?
Abbiamo paura e ci intratteniamo. C’è un modo per dire il silenzio? Esprimere l’immobilità?

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Svolgimento libero

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Tema:
Parlami del tuo migliore amico.

Il mio migliore amico si chiama Fox. Tutti dicono che strano nome per un bimbo, ma è perché Fox è speciale e tutti lo invidiano.
Lui mi protegge sempre ed è coraggioso. Non ha la mamma e il papà come ce li ho io, e quindi sa fare tutto. A volte mi aiuta a fare i compiti, specialmente le divisioni, e quando non so cosa dire e mi faccio tutto rosso perché gli altri mi guardano, non c’è problema: parla Fox al posto mio.
Un giorno a scuola, durante l’intervallo, Auriemma, Di Stefano e Bacci mi prendevano in giro e mi facevano gli sgambetti, e mi dicevano nell’orecchio: “Quella grandissima puttana di tua mamma”.

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Una questione di rose selvatiche nell’Italia meridionale

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Alzano i piedi.

Saverio, Natale e Pino alzano i piedi e hanno scarpe da ginnastica bianche, con due strisce blu cucite di lato. Zio Annibale alza i piedi, uno per volta, scoprendo caviglie sottili da ballerina e una pelliccia morbida di peli grigi. Anch’io, alzo i piedi. In ritardo. Mamma sbuffa. Guardo Anastasia: alza i piedi, anzi gli anfibi vecchi e senza lacci che così sono più belli, è risaputo. Veramente il nome di mia sorella è Annarita, ma l’anno scorso si è fatta ribattezzare dalle amiche Anastasia, come la cantante, e adesso se la chiamo ‘Rita’ passo i guai.

Sul tavolo ci sono ancora le carte del pockerino e il limoncello di Antonio, uno che nessuno ha mai visto ma fa i liquori buoni e tutti sanno il suo nome. Sul tavolo c’è pure la ceneriera affollata di cicche – strette, chiatte, sporche di rossetto – e gusci di arachidi che prima abbiamo sgranocchiato.

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