“Erano troppe, abbiamo fatto bene.”

Si guarda intorno. Rovista negli angoli con occhi ingordi. Se ce n’è una ancora viva, la scoverà e per lei sarà la fine. Un momento dopo, mi si avvicina circospetto.

“Sai” – quasi mi sussurra – “a me le formiche non piace solo ucciderle. Provo molto piacere anche nel vederle tagliate in due o più parti. Meglio ancora quando le schiaccio e loro ancora si muovono, e intanto soffrono. Si chiama agonia”.

La parola deve averla sentita in ospedale, durante il ricovero della madre. È certamente una mia suggestione ma, mentre mi confida il segreto, la piega dei suoi occhi si altera alle estremità, come nello sforzo di mantenere un’espressione innocente.

Verifico lo stato del balcone dopo la disinfestazione. Puzza chimica a parte, la visione non è macabra come credevo. Una bella spazzata e tutto sarà come prima.

Mi volto a guardarlo: ha già smesso i panni del predatore spietato. Il suo sguardo è lieto e distratto, come ti aspetti da un bambino. Ad attirarlo adesso è il rombo di un aereo che scorre da una nuvola all’altra. Solleva il braccio e allunga le dita, come per toccarlo.

“Non puoi. È in alto nel cielo, lontanissimo”

“Come Dio?”

“In un certo senso…”

“E da lassù ci guarda?”

“Forse, ma da così lontano ci vede piccolissimi”

“Come formiche?”

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