La storia di ogni casa reca con sé un odore, come un essere umano il proprio DNA. Esso si tramanda di panno in panno, e di padre in figlio. Ho creduto per anni che, nella mia, questo DNA fosse andato perso, dissolto in una nebbia di autocommiserazione e di paure.
Ero dunque cresciuto respirando un’aria sterile, vittima di un infanzia consumata in un non luogo, assieme a delle non persone, dove aveva regnato un non odore?

Dalla finestra della cucina, Marco vedeva gli scheletri arrugginiti dei palazzi in costruzione, la vecchia caserma dei carabinieri, lo slargo con dentro l’erba altissima dove la gente gettava i rifiuti, e più in fondo a sinistra, l’autostrada grigia che di notte diventava bella, perché era l’unica a brillare in tutta quella oscurità.
Dalla mia di finestra scorgevo anch’io quel nostalgico paesaggio di periferia ma solo un po’ più spostato a destra. La casa di Marco era quella accanto al vecchio ascensore, la mia quella dall’altra parte, un po’ più distante che era meglio perché di notte non arrivava tutto il fracasso del congegno meccanico.

Marco aveva entrambi i genitori. Io avevo entrambi i genitori.
Marco però una sorellina, io un fratello maggiore, che è un po’ peggio perché ti può picchiare, se vuole. Ma in casa di Marco c’era l’odore, da me no.
Alle cinque del pomeriggio di ogni domenica raccoglievo i miei migliori soldatini, le macchinine e i carri armati e le diligenze e tutte le biglie più colorate che avevo e poi gridavo mamma me ne vado da Marco, a giocare! Spesso lei però nemmeno mi sentiva. Infatti domenica era il giorno che beveva dalla mattina, perché diceva se non lavoro, qualcosa la devo fare pure io. E non cambiava niente che papà la picchiava, lei continuava lo stesso, ostinata, trascinandosi col bicchiere per tutta casa.

La luce del sole mi raggiungeva sulla fronte quando la signora Pia mi apriva col sorriso. Poi subito m’arrivava quell’odore, già da fuori. Era come un riverbero di paradiso che si disperdeva un po’ sul pianerottolo. Chiudevo in fretta la porta alle mie spalle. Era il loro odore. Quello della loro casa. Di miele, pasta cresciuta, cera, latte detergente per bambini e quei biscotti al limone che la signora di lì a poco mi avrebbe fatto assaggiare permettendomi di portarne tre o quattro a casa. Per me era l’odore. Quello che io volevo, e avrei cercato invano per tutti gli anni duri della mia crescita, portandomelo addosso come un dono divino concepito dai più remoti dei miei sogni. L’odore della felicità.
Svanivano di colpo i compiti da finire per lunedì mattina, le urla di mamma, i pianti di papà, le mani callose di Lorenzo. Un enorme e solido dolore di vetro mi si scioglieva nello stomaco come ghiaccio al sole e diventava energia, gioia, fluido vitale. Era tutto ciò che desideravo. Ma non lo confessavo a Marco. E lo invidiavo.
Facevo finta di niente sedendomi zitto per terra con le biglie costrette nel recinto delle mie ginocchia e tra le mani. Poi poggiavo piano la testa al suo letto, avvertendo già sulle coperte quel qualcosa, assaporandone la consistenza lieve e profonda. Era lì. Ovunque mi girassi, o posassi per un attimo il naso. Avevo il potere quasi di vederlo, tanto era forte ed esprimesse bene la mia sensazione di istantanea felicità.

Quando Marco morì, io nemmeno ci volevo credere. E piangevo che la domenica dovevo andare a casa sua per finire di giocare a biglie, perché avevamo lasciato una partita a metà. Ma era così, non c’era più.
La signora Pia e il signor Sandro divorziarono di lì a poco, e lei si tenne Monica, la piccola. Dissero che lui provò a buttarsi di sotto, e stette una giornata intera appollaiato come un pappagallo sul davanzale del bagno, con la gente di fronte a gridare non lo fare non lo fare siamo i tuoi nuovi amici! Ma io non l’ho mai visto e loro non li ho mai sentiti. La gente se vuole può essere cattiva.
Solo ora, dopo tanto girare, ho capito. Quanti anni a cercarlo quell’odore, trattenendolo in apnea nella memoria per il timore di perderlo per sempre, e con esso Marco e la sua casa, e ogni riferimento alla bellezza, alla luce del sole in piena faccia, alla bontà, e quei biscotti che se aspettavo troppo per mangiarli, la sera nel mio letto si erano già fatti tutti molli e secchi. In quante case mi sono illuso di avvertirlo nuovamente, tra quanti cuscini rovesciati nel buio e cosce sudate di donne senza volto. Dopo ogni volta, capivo che non era quello. Ne mancava un frammento, o ce n’era uno di troppo, che non riconoscevo.

Poi la notizia. Letta di sfuggita sul giornale, come se dapprima solo i miei occhi l’avessero assorbita. Infine la risposta. Tardiva e ovvia. Dopo più di quindici anni: quindici anni di odori sbagliati. L’articolo diceva che Marco non era morto di malattia, come mi avevano spiegato allora. Era stato il padre che un giorno, di ritorno dall’ufficio, lo aveva picchiato a sangue, distruggendogli reni e fegato a furia di calci e pugni, spaccandogli una ad una le ossa piccole del torace. Era morto soffocato nel suo stesso vomito, senza più aria da respirare, provando un ultima volta ancora a risucchiare l’odore della felicità e della vita, senza più riuscirvi.
Adesso capisco: ho cercato una vita intera l’odore sbagliato. Quello di Marco, della sua casa, non era ciò che volevo.
Così lunedì scorso, sette anni dopo l’ultima volta, sono tornato nel vecchio quartiere, per rivedere i miei. Mi ha aperto una donna anziana e triste, che mi ha fissato per secondi interminabili con le lacrime agli occhi, prima di aggrapparsi come un rampicante al suo ritrovato sostegno: le mie spalle piegate d’emozione. Il suo collo sapeva di pulito.
Intravedevo sollevarsi un vapore dalla cucina, forse d’acqua. Entrando continuavo a non percepire alcuna fragranza, come oramai già sapevo e speravo.
L’odore di casa è quello di chi ami e di chi ti ama. È quello che porti dentro, e perciò non potrai mai avvertirlo sul serio.
Stanco mi sono accasciato su una sedia di paglia della cucina, gettando per un attimo lo sguardo di là dalla finestra. Era spalancata sul cortile di una scuola elementare costruita da poco. Le grida dei bambini si rincorrevano confuse nell’aria, assieme ai loro aromi che io potevo solo sforzarmi di immaginare. Mamma ha inseguito i miei occhi uscire fuori sul cortile prima di rientrare dentro, a guardarla. Poi mi ha sorriso.
Dopo tanto girare, ero tornato finalmente a casa.

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