Sorseggiando innervosito quel tè amarognolo e insapore, d’un colore indistinto tra il giallo e il marrone, ebbe per un attimo la quasi totale sicurezza che dovesse esistere, da qualche parte, una famiglia simile alla sua, in tutto e per tutto. Ma immensamente più fortunata. Una famiglia in cui il tè riuscisse d’una colorazione più uniforme e gradevole, d’un gusto più intenso e pieno, d’un calore più duraturo e ristoratore.
Sia chiaro, egli non pensò per un secondo alle famiglie ideali e noiose, di pubblicitaria memoria, né tantomeno al cinema o al teatro… ma fu certo, per quel breve istante, che a loro fossero toccate la tazze sporche dell’altra famiglia, appena risciacquate e nuovamente riempite d’acqua, che a quel tè rubava solo il lontano ricordo di un sapore.
Gli sovvenne che forse questo non valesse solo per quello stupido tè ma per tutto ciò che circondava lui e il loro restante, insulso, mondo. Che anche i loro quadri fossero in realtà solo una copia, sbiadita, degli originali in mostra su altre pareti, e lo stesso valesse per i colori, gli odori, i piaceri grandi e piccoli… forse perfino per i sentimenti provati, e le emozioni. Che insomma, tutti i brandelli componenti il mosaico della loro mediocre esistenza, fossero in realtà un tenue riverbero della perfezione goduta, amata e assaporata fino al midollo, da quegli stronzi fortunati di prima categoria. Si domandò, allora, se per caso non fosse tutto il mondo costruito in base ad una cinica e semplicistica scala piramidale, i cui gradini erano ideali sempre più inquinati e malconci, alla base della quale c’erano loro, gli sfigati. E al vertice, invece, quel gran culone di dio.
Se così era, dunque, di quello stesso dio, così tanto osannato e temuto, cosa restava a loro terrestri di bassa piramide, se non forse qualche scartata briciola divina, da intingere con amarezza nelle centinaia e centinaia di tazze da tè sporche, servite di continuo dalle cucine di quei cieli migliori?

Scartò su un lato del tavolo la sua colazione.
Vi poggiò con cautela la testa, riparandola fra le braccia conserte.
Poi si risollevò. Un istante solo.
Il tempo di gettare dalla finestra quei suoi enormi occhi umidi.
Immaginandoli infallibili esche di sogni migliori.

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