Disegnai la parabola della mia vita

con assoluta precisione,

misurandone tempi e metriche distanze,

e senza perdermi in iperboliche emozioni.

Feci e rifeci giri concentrici con la mente,

accompagnandomi con il compasso

della perfezione.

E passo passo misurai in pollici

la mia costruzione

come di una figura geometrica

precisa e definita.

Due più due fa quattro

e di certo non ci si può sbagliare,

mi dissi.

E fece sul serio quattro

così me ne convinsi

e giocai anni e anni ancora

col piccolo metro che stringevo

come una spada.

Alla maggiore età mi regalarono un cucù

che misurasse limpido i tempi e le ore

con la puntualità della mia cara Svizzera.

Pensavo di essere felice.

Poi mi passasti avanti canticchiando,

con il disordine sublime delle cose belle,

meravigliosa e inutile come un Renoir

a cui non si comanda.

E nella smania di seguirti

persi nozione del tempo e dello spazio

che erano stati la mia vita

fino ad allora.

Ma cosa mai

avrebbe potuto importarmi,

in quell’istante?

Avevo l’amore, finalmente.

E tutto il resto, giuro, mi parve

meno che meno

che meno di niente.

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