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Parlami del tuo migliore amico.

Il mio migliore amico si chiama Fox. Tutti dicono che strano nome per un bimbo, ma è perché Fox è speciale e tutti lo invidiano.
Lui mi protegge sempre ed è coraggioso. Non ha la mamma e il papà come ce li ho io, e quindi sa fare tutto. A volte mi aiuta a fare i compiti, specialmente le divisioni, e quando non so cosa dire e mi faccio tutto rosso perché gli altri mi guardano, non c’è problema: parla Fox al posto mio.
Un giorno a scuola, durante l’intervallo, Auriemma, Di Stefano e Bacci mi prendevano in giro e mi facevano gli sgambetti, e mi dicevano nell’orecchio: “Quella grandissima puttana di tua mamma”.


Loro ce l’hanno sempre con me. Non ho capito ancora il motivo. Forse sono arrabbiati che a me fanno più regali quando viene Natale, oppure che non sto con loro per strada il pomeriggio. A me piacerebbe stare per strada, il pomeriggio, specialmente quando c’è il sole e gli altri del quartiere fanno le squadre e giocano a calcetto, oppure si mettono contro un muro e a turno schiacciano il pallone, e questo gioco bellissimo si chiama pelota.
Quando nel pomeriggio io e mamma torniamo che siamo stati dalla nonna, li vedo sempre e vorrei andare, ma la mamma mi stringe più forte la mano e dice che è meglio se salgo a guardare la televisione. Dice pure che quelli come Auriemma sono dei ragazzacci, napoletani e volgari, e da grandi faranno i camorristi come i loro papà. Noi invece siamo italiani, non ci dobbiamo mischiare perché è come se siamo due razze diverse.
Quel giorno a scuola, quando è suonata di nuovo la campanella, Bacci è venuto da me per dirmi “Scusa per prima, perché adesso non vieni in bagno con noi? Ti conviene, c’è una bella sorpresa”. Io allora sono andato contento, pensando che Bacci poteva diventare lui il mio miglior amico.
Poi però nel bagno, invece, mi hanno circondato spingendomi e buttandomi sempre più forte. Io a un certo punto ho gridato: “Smettetela, basta!” e allora Auriemma ha fatto gli occhi cattivi, mi è venuto vicino vicino e mi ha detto: “Vuoi che la smettiamo, ricchione di merda? Allora devi mettere la capa nel cesso”. Mentre mi teneva la mano sopra la testa, Bacci e Di Stefano ridevano forte e io quasi non riuscivo più a respirare. Ma all’improvviso è arrivato lui, Fox. Loro erano girati di spalle e non si sono accorti di niente, finché Fox non li ha sollevati tutti con una mano sola, ha fatto la ruota come Tiger man e li ha lanciati contro i muri del bagno. Dopo si è messo al centro e ha cominciato a fare quelle mosse strane di karatè come si vede nei film, ma solo per fargli mettere un po’ paura. E infatti poi Bacci ha cominciato a piangere, che voleva la mamma. E dopo anche gli altri. Io nemmeno pensavo che un napoletano come Auriemma poteva piangere pure lui, uguale a un italiano. Alla fine hanno chiesto pure scusa e mi hanno detto se potevano diventare tutti amici miei. Io ho risposto: “Non lo so, poi vediamo”.
Ho abbracciato Fox fortissimo dicendogli che gli volevo bene ed era il mio più unico e grande amico. Dopo lui è andato via dalla finestra come al solito, perché non gli piacciono le altre persone e fosse per lui se ne starebbe sempre solo soletto in cima alla montagna, dove abita in una caverna con la sua famiglia e pure un cane lupo di centoventi chili.
Fox è proprio uno in gamba e mi dispiace molto per gli altri bimbi che non possono avere anche loro un migliore amico speciale come lui.
Giuseppe Guidozzi

La vita di Guidozzi Giuseppe era come quelle scarpe da ginnastica con la chiusura a strappo, senza lacci. Era come quell’ammasso di merendine che la mamma gli metteva ogni giorno nel panierino, perché lui il mangiare della scuola non doveva mangiarlo per nessuna ragione, che il veleno per topi faceva meno male. Era come quella fila di lato dei capelli, ripresa di continuo dalle mani nevrotiche della zia, della nonna, dei vicini di casa. Era un padre assente e immerso in problemi inesistenti, fatti di alcol e rimorsi. Era una maestra delusa dalla vita che confondeva la sua espressione timida e pensosa con il ghigno impassibile e malato di un ragazzino sfottente (“faccia di legno”, così lo aveva ribattezzato e quotidianamente lo appellava). Erano compiti – numeri e parole – che in classe sembravano facili, ma rivisti a casa si mutavano in segni incomprensibili, geroglifici astratti incisi sul quaderno con le righe alte o sull’altro, quello coi quadretti piccoli.
Dai suoi occhi lucidi traspariva la terrorizzata rassegnazione di dover passare un giorno ancora in quell’inferno di lavagne sedie banchi grembiulini colorati fiocchetti e coccarde, i cui dannati abitanti erano bambini quasi felici, come nelle pubblicità del Natale imminente, biondi e sorridenti, oppure scugnizzi dagli occhi di vetro, rabbiosi come lupi mannari, il cui solo interesse era procurare dolore al prossimo, meglio se gratuito e il più presto possibile. Insomma, era un mondo a cui avrebbe rinunciato anche subito se avesse, almeno una volta, potuto scegliere.
Ma come scegliere? La sua vita era come quei pensieri che non trovano una sola parola, per esprimersi; come quelle azioni che non trovano un solo gesto, per compiersi.

Tema:
Parla dell’incendio avvenuto due mesi fa nella tua scuola.

Due mesi fa nella mia scuola è avvenuto un incendio, che forse potevamo morire tutti. La maestra vecchia ha detto che è stato quell’ignorante cornuto del bidello Scogniamiglio che ha fatto cadere la bottiglia di spirito che poi è finita su una cicca di sigaretta ancora accesa e ha fatto avvenire tale incendio.
A mio parere penso che lui è stato molto ignorante e stupido a fare così, e forse sarà licenziato (e farà bene il signor preside se gli da un bel calcio dritto nel culo, ha detto anche papà).
Poi però non siamo più morti perché a un certo punto che scappavamo urlando che volevamo la mamma (ma io no), la maestra tutta nera in faccia ci è riuscita a farci uscire. A tutti tranne a Guido Bacci che ce lo siamo scordati in classe perché lui dorme sempre, la mamma dice perché è chiatto e ci ha il micambolismo basso che gli viene dopo il chinder.
Ma ormai il fuoco stava arrivando e la maestra ha detto: “Andate andate che ci penso io” – ma poi è venuta fuori anche lei, e piangeva tanto con tutti gli occhiali appannati e sporchi e gridava: “Non c’è più niente da fare per il povero piccolo” (il Bacci?)
Poi usciti fuori ci siamo accorti che Giuseppe Guidozzi era rientrato dentro di nuovo e la maestra a piangere più forte, ma non si sentiva niente di niente con quelle sirene che arrivavano i pompieri (“Sempre a guaio passato” dice mia nonna) e noi maschi a dire: “Che lota Guidozzi, meglio se muore”, e le bambine a frignare intorno alla maestra (e infatti lo dice sempre mio papà che le donne servono solo perché cianno la frigna). Invece poi tutto è cambiato perché dopo sono usciti Bacci ancora imbambolato e Guidozzi che se lo strisciava per terra, perché Bacci è un fifone e si era paralizzato per la paura.
Un pompiere, che ha visto tutto (ma secondo me non ha fatto proprio niente) ha detto che se non era per Guidozzi, Bacci ci rimaneva pure, nel fuoco, pur di dormire e che non ha mai conosciuto un bimbo così coraggioso come Giuseppe.
Dopo abbiamo festeggiato tutti Giuseppe e le vacanze da scuola e poi sfottuto Bacci chiamandolo “Chiattone di merda”. Lui non voleva, e allora si è pure preso un pacchero in faccia da Stefanozzi detto il pecoraro (perché il padre fa il latte di pecora).
Io penso quindi che il mio compagno di classe è stato molto coraggioso, anche se lui continua a dire, io non ho capito perché, che a salvare Bacci è stato un suo amico dal nome stranissimo che io non avevo mai sentito.
Infine penso che è molto fortunato questo ragazzo misterioso ad avere Giuseppe Guidozzi come amico, e magari potessi avere anche io un amichetto così, sarebbe una gioia bellissima e me ne vanterei con tutti.

Paolo Di Stefano

Tema:
Svolgimento libero.

A me mi piacerebbe parlare di un mio amico che tre mesi fa è morto in un incendio. Il suo nome è Fox ed era il mio più grande amico.
Poi c’è stato l’incendio e io sono rientrato a scuola per cercarlo e chiedergli aiuto per aiutare Bacci intrappolato in classe. Ma niente, lui non c’era. Così, anche se mi stringeva forte la pancia come quando la maestra vecchia mi chiamava alla lavagna, sono andato da solo a risvegliare Giacomo Bacci, che poi adesso siamo diventati pure amici e anche con gli altri.
Dopo ho pensato molto a Fox nell’incendio e se potevo salvarlo, ma poi ho capito che non c’era più niente da fare e sono rimasto fuori sul cornicione a dire a Giacomo: “Non piangere che stanno arrivando i pompieri” – e si sentivano pure già le sirene.
E infatti poi è arrivato uno simpatico in tuta arancione e ci ha presi con una specie di giostra gigante e ci ha portato dalla maestra che ancora piangeva e non credeva ai suoi occhi (faceva anche un po’ ridere, invece la supplente che c’è ora è più simpatica e anche più bella, con tutti quegli occhi azzurrissimi).
Sono molto contento che è andata così e che siamo tutti sani e salvi. Tutti ranne Fox, poverino, che non c’è più.
Ma ora che ci penso, secondo me, Fox non è morto. È solo partito verso un nuovo pianeta della galassia, per aiutare altri bambini che non sanno ancora come fare i loro compiti.

Giuseppe Guidozzi

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