Comunione dei beni, ti dico
nessuna cerimonia
operata con movenze da prete
nell’acquasantiera degli oggetti privati.
E non si tratta certo di leggi
nemmeno questa volta,
piuttosto direi
temporanea infermità del buon senso costituito.
La nostra commedia continua
anche se volti la testa, ammaliata,
al temporaneo dramma con paesaggio
che ti scorre di lato.
Beffa dell’amore mal riposto,
della fiducia tradita e della biologia evolutiva
(se davvero ci teniamo
a esser sinceri).

Intanto riordino.
Sono a buon punto. Non butto via niente
Classifico, etichetto. Calco sconnessi segnali
sulle fragili travi della casa che crolla.
E ricordo
con tutte le forze residue (la riserva è l’unica
che non si esaurisce).
Ricordo la verità,
ultimo custode del tempio rimasto.
Perché lei sappia, nel più lieve dei modi,
dell’indicibile lupo
che così presto ha dovuto affrontare.
Dei denti aguzzi, macchiati di sangue
e del prima, del dolce,
e del dopo, del fuoco.
E del mentre, il terribile mentre
dei pregiudizi
e degli umani analfabetismi emozionali.
Perché lei sappia, e non solo lei
che proprio stamane
con le pulizie sfiancanti della primavera
ancora prigioniera nella gemma dell’alba,
ho ritrovato qualcosa che un giorno ti diedi.
Naso di pagliaccio rosso
da carnevale – oggetto scadente
Made in Taiwan.
Secondo ogni legge ti appartiene.
Ma sappi altrettanto bene,
che vale per me
ciò che vale per te
e che dunque le opinioni del Clown
che credevi di amare
sono le mie, appartengono a me.
È importante esser coerenti
al proprio romanzo
e così ai personaggi che indossiamo
nella bufera.
A ciascuno il suo, Signora delle mosche.
La comunione dei beni, ripeto,
non è certo un miracolo.
Nessun sangue a sciogliersi
in ampolle consacrate.
Algebra corrente, logica di base
e memoria, infinita memoria.
Questi gli ingredienti.
E l’imprevista volontà di fermare Medea
prima del morso
e, a tutti i costi, vincere il Caos.

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