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Alzano i piedi.

Saverio, Natale e Pino alzano i piedi e hanno scarpe da ginnastica bianche, con due strisce blu cucite di lato. Zio Annibale alza i piedi, uno per volta, scoprendo caviglie sottili da ballerina e una pelliccia morbida di peli grigi. Anch’io, alzo i piedi. In ritardo. Mamma sbuffa. Guardo Anastasia: alza i piedi, anzi gli anfibi vecchi e senza lacci che così sono più belli, è risaputo. Veramente il nome di mia sorella è Annarita, ma l’anno scorso si è fatta ribattezzare dalle amiche Anastasia, come la cantante, e adesso se la chiamo ‘Rita’ passo i guai.

Sul tavolo ci sono ancora le carte del pockerino e il limoncello di Antonio, uno che nessuno ha mai visto ma fa i liquori buoni e tutti sanno il suo nome. Sul tavolo c’è pure la ceneriera affollata di cicche – strette, chiatte, sporche di rossetto – e gusci di arachidi che prima abbiamo sgranocchiato.

Mamma smette di spazzare, versa i petali nel secchio della munnezza, sbatte la paletta e la riaccosta alla scopa nell’armadietto degli attrezzi di Ikea, fuori alla veranda.

Resta qualche petalo sul pavimento, forse uno solo. Insegue traiettorie irregolari, privo di leggi che lo guidino nel labirinto dell’aria. Sfugge all’occhio disattento, ma non a me che mi accorgo di tutto: se ne sta solo e sembra deciso a essere libero, ribellandosi alla quotidiana legge del secchio della munnezza. Ecco cosa succede quando arriva la tempesta: mamma io e Saverio corriamo a chiudere le imposte, zio Annibale si fruga nella tasche, caccia il mazzo di chiavi e corre a girare tre mandate alla serratura. Come se poi cambiasse qualcosa e le rose non riuscissero a entrare lo stesso, allagando di rosso l’appartamento. Ricordandoci ogni volta il problema ormai drammatico delle rose selvatiche, che infestano la città.

II.

Papà ha settant’anni, la pelle bucata dal vaiolo di quando era ragazzo, e il sorriso che è come un terno a lotto giocato sulla ruota di Napoli: ci speri sempre, ma non esce mai.

Lui, mio padre, è l’unico che non alza i piedi, e nessuno gli dice niente. Mamma gli passa la scopa sopra come fosse un paralume.

Lui, mio padre, non è alcolizzato, e non si droga. Nemmeno una canna quando era guaglione.

Lui, mio padre, non è depresso cronico, dicono i medici, e non soffre di malattie a livello fisico.

Praticamente sta bene, a parte il fatto che sta fermo, per scelta, i piedi piantati a terra anche quando le raffiche sono così forti che ci mettiamo a gridare e la casa si infesta e quasi non si riesce a camminare e i più corti come zio Alvaro, un metro e cinquantadue per ottanta, a respirare.

Lui insomma, mio padre, non è pazzo. Questo lo dice anche mamma, e una volta ha pure aggiunto: “Anzi, quello il suo problema è proprio l’intelligenza. A questo mondo gli stupidi sono felici e le persone come tuo padre schiattano in corpo!”

Vale a dire che lui, mio padre, vive come un paralitico, elegante, ma paralitico, i denti sempre bianchissimi, ma paralitico, un’espressione sulla faccia signorile e acuta, ma paralitica.

A casa tutti quanti lo rispettano o fanno finta, gli uomini si levano il cappello, e le donne gli sorridono che sembrano ammaliate dal suo fascino strano. Ma fuori, la gente è cattiva.

Da qualche mese, gira voce che è lui il responsabile delle tempeste, una specie di demone sulla terra che con la sua immobilità sta scatenando ira nelle sfere alte, e quindi si sa di chi è la colpa se stiamo in queste condizioni, con le rose che ci arrivano alla gola…

Don Salvatore Spina ‘e rosa, è così che lo chiamano. Insomma lui, mio padre, lo hanno fatto diventare il capro espiatorio, loro, la gente, e questo ci rende nervosi. Come dice mamma: “Ci da i problemi.” E noi napoletani tranquilli i problemi non li vogliamo. Ci danno impiccio. Preferiamo le cose che stanno al posto loro, e non cambiano mai. Anche se è noioso. Sempre meglio che stare nervosi. E tenere i problemi.

III.

Adesso che l’ansia è andata via, riprendiamo tutti a respirare con tranquillità. Fuori non si vede, è una cosa che non ci interessa e un poco fa paura, visto che da lì viene la disgrazia, e nessuno osa dire il contrario. La luce del tramonto riposa gli occhi, e i gesti quotidiani la testa piena di pensieri. Mamma si inginocchia in faccia alla madonnina sotto la veranda. Tiene le dita intrecciate e muove il silenzio con le labbra. Poi si risolleva e controlla se nel vasetto di Vietri ci sta acqua abbastanza per le rose: sono tre, una più rossa dell’altra. Mamma recita l’ultima frase sottovoce. Forse è spiritosa: la madonnina sorride.

La giornata è stata lunga ma non arriva il sonno, e allora guardo. E allora ricordo…

Quando ero piccolo mi chiedevano: “Tua mamma che lavoro fa?” rispondevo: “La cura.” “All’ospedale? Fa l’infermiera?” Mica capivano che lei per me più che un lavoro teneva una missione: curarsi della casa, delle piante, dei fiori. Di noi.

“Mamma, perché le rose sono rosse?”

Più le domande sono semplici, meno trovi qualcuno disposto a darti le risposte.

“E perché il cielo è blu? E perché le piante sono verdi? E perché, e perché? Quante cose vuoi sapere Tonino, infilati a letto che è tardi.”

IV.

Natale è zoppo. Si avvicina sospettoso a papà strisciando a terra il piede sinistro. Lo guarda fisso negli occhi: cerca qualcosa, come se la testa di suo zio fosse la palla di vetro di una chiromante. Niente, nessuna reazione. Nemmeno una parola. L’ultima frase papà la pronunciò quasi tre anni fa: “Basta, me so’ scucciato: da oggi non mi muovo.”

Tutti dicono che mamma è una santa a stargli vicino, servirlo e pulirlo come un creaturo, preoccupandosi di quando ha freddo, perché gli viene la pelle d’oca e bisogna avvolgerlo nella coperta, oppure di quando gli scende il sonno e allora si deve piazzare la corda.

La corda è un invenzione di zio Annibale che un giorno, mentre mamma piangeva, chiamò Pino Verde, l’amico mastro, e ci fece fissare in casa questo ingranaggio di pesi e contrappesi che consente a papà di addormentarsi, perché, appena la colonna vertebrale si rilassa un pochettino, scattano delle molle che sono collegate a dei fili, che tirano su un pezzo di legno che si raddrizza e fa tirare altri fili, e praticamente non capisco ancora bene come, forse per miracolo, riesce a tenere sollevato papà, visto che lui per sua volontà specifica anche quando riposa deve stare in piedi, come una statua greca al centro del salone, sovrastandoci con la sua sofferenza.

V.

Dicono che i gemelli tengono un legame fortissimo e pure a distanza di chilometri un cordone ombelicale invisibile li unisce, in modo che se uno dei due soffre, anche l’altro sta male, e viceversa. Allora perché zio Carestia e mio padre non si possono vedere?

Non sono proprio uguali uguali perché zio Carestia tiene un grosso neo sporgente vicino al naso e una specie di gobba dietro le spalle. Infatti cammina curvo. E non tiene capelli. Pure il carattere è diverso. Quando nonna era ancora viva io le chiedevo: “Che tiene zio Carestia, è malato?” e lei: “Nun ce fa caso, quello tuo zio ha passato tanti guai: tene ‘na brutta vita.” Poi si rattristava e ritornava felice solo quando papà si avvicinava per sfotterla dicendole fesserie nell’orecchio.

Dopo sono successe tante cose, la nonna se n’è andata, in famiglia abbiamo festeggiato tre matrimoni e quattro battesimi, per non parlare di tutti i capodanni e dei natali, ma niente: zio Carestia ha conservato la stessa espressione severa in faccia, seduto su una sedia ai margini della stanza, come a volerci ricordare in ogni momento che sbagliamo a festeggiare e divertirci, perché qualcosa che neanche immaginiamo sta per succedere.

Forse è per questo che la gente quando lo incrocia cambia marciapiede, le donne si parlano all’orecchio e gli uomini si grattano in fondo alle tasche. Le persone che non sorridono la gente non le capisce: si pensa che sono contagiose. Anche ora mi vorrei avvicinare per dirgli: “Zio Carestia, che tieni?” ma ripenso alle storie che ho sentito, come quella del ragazzino che giocava a carte con lui tutti i giorni, durante la controra: lo trovarono soffocato vicino una discarica. I giornali scrissero in fretta il nome del loro colpevole. Da quel giorno venne battezzato Carestia, per distinguerlo dagli altri gobbi che portano fortuna. Ecco perché le parole di nonna Nun ce fa caso, tene ‘na brutta vita. Anche se non trovarono nessuna prova, e il caso fu archiviato. Perché la verità la decide la gente. E io pure non sono diverso: mi esce la pelle d’oca dopo il primo passo che faccio verso di lui, e resto a guardarlo da lontano. Sta fermo vicino alla finestra, piega la fronte, stira le labbra, e sposta gli occhi dalla danza a mamma e poi, di nuovo, da mamma alla danza.

VI.

A ballare sono zia Teresa, zia Carmela e Amelia, mia cugina. Zio Annibale quando sta in vena tenta qualche passo ma resiste poco. Loro sono velocissime e difficili da seguire. Mamma non balla ma si diverte: si aggiunge al cerchio che noi formiamo al centro del salotto battendo le mani a tempo del tamburo (lui mi corregge sempre: “Si dice tamorra!”) che Saverio picchia con foga mentre Pino cerca di imitarlo sbattendo il mestolo di legno sul fondo di un tegame.

Questa specie di rito abbiamo cominciato a farlo quasi per scherzo, la notte che zia Teresa è tornata a casa con la caviglia sanguinante, urlando che si era punta con una spina e ha iniziato a sbattersi a terra convulsa e non si riusciva più a fermare.

Un’ora e mezza dopo, zuppa di sudore e occhi sbarrati, ha rallentato. Dalle nostre espressioni ha realizzato che spettacolo aveva offerto. Saverio contemplava la tamorra sorpreso di trovarvi sopra le sue impronte stampate: il sangue uscito dalle piaghe aveva disegnato gli schiaffi della mano sul tamburo come fossero note su uno spartito. La musica si era scritta da sola.

Zio Annibale si è offerto di portarli dal medico, a lei e Saverio, ma zia è scoppiata in una risata che sembrava il verso di un gattino strozzato. Poi ha detto: “Stiamo bene, non siamo mai stati accussì buono, vero Save’?” Saverio ha sorriso. “E mò, guardate qui.” Zia ha sollevato la caviglia mostrandola agli occhi di noi parenti: la ferita si era richiusa. Silenzio.

Da quel giorno al ballo si sono unite pure zia Carmela e mia cugina Amelia che quando le ho chiesto il nome della danza nemmeno mi ha risposto. Forse, ho pensato, non è una cosa importante da conoscere. È una cosa importante da fare.

 

VII.

Che poi, secondo me, è solo una coincidenza che la prima tempesta di rose è avvenuta il sedici ottobre, lo stesso giorno che papà ha cominciato l’immobilità. Zio Annibale dice: “Bisogna rispettarlo, perché lui, tuo padre, è come l’indiano che tiene sollevato per tutta la vita il mignolo sinistro in onore a dio, o chi sa lui, è una cosa assai spirituale, difficile e noi non possiamo fare altro che continuare a campare come se lui, tuo padre, non ci fosse e vivesse – fai conto – in un’altra dimensione, più alta, di puro pensiero.”

“Non ho capito, che c’entra il mignolo?” – Saverio si mette sempre immezzo.

“Era per fare un esempio. Ci sta un indiano, in India, che per testimoniare la sua fede a dio tiene sollevato questo mignolo…”

Noi, quando zio Annibale parla, ci stiamo zitti e annuiamo perché lui è professore.

“È inutile che fate quelle facce. Che nientedimeno questo indiano con gli anni ha perso l’uso della parte sinistra del corpo, il braccio si è incancrenito, la gente lo guarda, qualcuno passa e gli dice pure: Basta abbiamo capito, sei bravo ma chi te lo fa fare? Adesso ti portiamo all’ospedale, sei ancora in tempo: ti tagliano qualche pezzo e guarisci…

Ma lui niente, immobile, col mozzicone del mignolo sollevato in cielo e un sorriso appena abbozzato, ‘na specie ‘e ghigno, come volesse dire: Nè, massa ‘e strunz, ma allora non avete capito? Qui l’unico a salvarsi sono io. Lui ormai, l’indiano, sta in un’altra dimensione, è puro pensiero” E quando dice ‘indiano’ si volta verso papà immobile alla sua sinistra, mentre nel filo attorcigliato della flebo scorre una sostanza strana, quasi verde.

“Sì sì puro spirito, ma se non era per mamma aveva voglia a morire di fame!” dice Anastasia quando viene acchiappata da una crisi isterica delle sue, e pure lei se la prende con papà, e una volta si è appesa alle corde e lo ha scrollato tutto, chiavandogli un pacchero a cinque dita prima di essere immobilizzata da zia Teresa e zia Carmela. Mi copro le orecchie mentre grida: “Io non ho bisogno di un indiano, io ho bisogno di un padre!”

Lei si tinge le unghie dei piedi a strisce. Il puro spirito non lo può capire.

VIII.

Zio Annibale ha una spiegazione pure per le rose. La chiama Nemesi. Sarebbe una specie di vendetta di dio o della natura sulla città che ormai è diventata troppo cattiva. Come le cavallette della bibbia. L’unica risorsa che ci rimane è restare tutti vicini sperando che il germe della violenza non entri pure dentro. Per questo si è fissato con la chiusura ermetica delle imposte, anche se poi mamma, quando lui è distratto, spalanca tutto perché dice: “Non si respira, non fa niente che entra un poco di ‘nemesi’, tanto sono io che devo pulire!”

Mamma mi racconta che quando papà era giovane nel quartiere lo conoscevano tutti. Era il periodo in cui lavorava sotto terra, per riparare le fogne rotte. La sera, quando smontava, andava a bersi una birra con gli amici fuori a Mergellina.

“Quell’anno l’ho conosciuto. Teneva il fisico più asciutto di Napoli, era alto come lo vedi ora, ma assai più muscoloso. C’erano sempre cinque o sei zoccole che gli giravano intorno, ma lui nemmeno le guardava. Era troppo occupato a discutere di politica con gli amici.

Lo chiamavano il rivoluzionario, perché si incazzava sempre, litigava dalla mattina alla sera con i sindacalisti, i capi di personale, i colleghi che secondo lui non reagivano alle prepotenze dei padroni, gli amministratori. Certe volte mi pareva che si voleva appiccicare con tutto quello che si muoveva. Ce l’aveva col mondo ma diceva che si poteva cambiare, secondo lui.

Dobbiamo combattere, e per combattere serve la speranza! – tuonava – ma secondo me tuo padre, oltre a essere speranzoso, era pure un poco attaccabrighe. Gli piaceva stare immezzo ai guai, fare la parte di quello che se gli altri dicevano di no lui doveva dire di sì, e se gli altri dicevano di sì, lui li lasciava tutti a bocca aperta e gridava: No! Ma era intelligente, teneva una parlantina. Quando apriva bocca scendeva il silenzio. Gli amici pendevano dalle sue labbra. E pure io…”

IX.

Ancora si danza, ma le ferite ci mettono più tempo a rimarginare. Le spine sono più affilate, le coscie delle zie più pesanti, le caviglie più gonfie. Mi accorgo di non essere il solo a guardare zio Carestia. Anche gli altri si girano, cercando di non dare nell’occhio. Controlliamo la sua espressione come se ci stesse dentro un giudizio sui nostri comportamenti, una protesta che giorno dopo giorno trova più motivo di essere vera. Noi proviamo a reagire ma senza abbastanza forza, come se in fondo al cuore sapessimo che il suo pensiero è giusto, l’idea che si è fatto di noi vicina alla verità. E questa verità cerchiamo di ignorarla, ma ogni rosa che scende dal cielo sembra indebolirci un po’ di più, rallentare i movimenti delle zie e l’impeto della mano di Saverio che sbatte e sanguina sulla tamorra. Allora è un attimo, mi giro l’ultima volta verso zio Carestia mentre tutti sono distratti e col pensiero gli dico: A me non mi incanti, senza speranza non si può cambiare!

Poi mi faccio largo nel cerchio di corpi e tiro uno schiaffetto sulla nuca a Saverio per farlo scetare. Lancio le scarpe lontano, tanto che fanno un volo alto e sbattono contro il muro, e quando arrivo al centro comincio a ballare facendo a turno da cavaliere a zia Teresa, zia Carmela, e Amelia che improvvisamente riprendono energia, e accelerano il passo, e il tamburello risuona sempre più forte, e cominciamo a volteggiare da una parte all’altra del cerchio: i capelli lunghi delle zie che si sollevano e poi scendono giù come coriandoli, le gocce di sudore che schizzano nell’aria e gli altri parenti intorno a battere forte le mani, guardandosi di nuovo nel fondo degli occhi, sorridenti.

Mi sembra quasi di vederla, l’energia, uscire dalle mani dei cugini che applaudono e cantano, e dal tamburello di Saverio, e finire nei piedi di noi che danziamo e poi in alto, attraverso i nostri corpi fino alla testa, nei capelli e poi nell’aria intorno a noi, come una nuvola elettrica che ci tiene tutti sollevati e lontani dalle punture di spine, dalle paure, dai conti da pagare, dalle tempeste, e dagli sguardi torvi. Alla fine la metà di noi è così stanca che nemmeno si regge in piedi, ma è la cosa più vicina alla felicità che ho mai provato. Mi giro verso zio Carestia: la sedia nell’angolo vicino alla finestra è vuota.

 

X.

Un giorno alla settimana mamma mette le scarpe e si fa accompagnare da Natale alla rivendita della signora Nera, per le provviste alimentari. La signora Nera abita al primo piano di una palazzina scalcagnata poco distante da casa nostra. Per raggiungerla mamma e Natale si preparano come fossero le olimpiadi. Hanno studiato con attenzione il percorso e conoscono a memoria i punti più pericolosi, dove le rose possono nascondere insidie come buche, vetri rotti, lamiere arrugginite di macchine abbandonate o peggio ancora: Nani.

I Nani non sono veramente nani. È un modo diverso di dire borseggiatori, spacciatori e alcune volte stupratori, ombre che si nascondono tra i rovi, e sbucano fuori quando meno te l’aspetti. Col tempo questi Nani sono aumentati, moltiplicandosi anche in quartieri dove prima si stava tranquilli, e la loro caratteristica più spiccata è il possesso della cosiddetta ‘cazzimma’. Vuol dire che l’obiettivo è solo in apparenza scippare o spacciare. In realtà ai Nani piace fare del male – essere cattivi – senza ragione. Ci trovano gusto. Come tenessero un disprezzo ereditato verso di noi, la gente per bene: una questione aperta da risolvere.

Mamma e Natale sono svelti, non si fanno fregare e arrivano illesi dalla signora. Natale dà uno strattone alla corda incerottata e sozza appesa al balcone del primo piano, e dopo poco si affaccia una vecchia vestita di nero. Ha la pelle del viso lucidissima e tirata, le sopracciglia disegnate e lo smalto rosso sulle unghie appuntite come artigli. Si guarda a destra e sinistra con circospezione, poi fa un segno con la testa a mamma, come per dire: Ti ho riconosciuta, saglie fa ampresso, e poi vattenne! Natale no, non può salire. Così nessuno sa cosa succede lassù, nella vecchia casa. Natale dice che sul retro c’è una porta che si apre e si chiude in continuazione, ma lui non vede mai nessuno, solo ombre che spariscono tra i rovi.

Dopo due ore mamma scende, e trova Natale addormentato sulle scale del palazzo, perché fuori è sceso il buio ed è ancora più pericoloso stare, specialmente se dormi. Mamma gli dà un pacchero leggero in testa, lui si sveglia con un salto, si accolla le buste piene di rifornimenti, e quasi di corsa tornano a casa, Natale dietro che arranca come un asino, e mamma avanti che gli ricorda dove mettere i piedi, attento lì, non guardare a sinistra, fai finta di niente, e poi siamo quasi arrivati, tutto sempre di spalle perché sulla via del ritorno mio cugino non deve mai vedere mamma in faccia, anche se una volta di sfuggita è capitato, e dice che forse sanguinava, ma non è sicuro. Le ferite sono quasi sempre lievi e mamma si rifiuta di farsi medicare da me. I due giorni dopo il rifornimento sta per i fatti suoi, mette a posto i viveri nel frigo, si guarda di meno allo specchio, parla da sola di notte, e certe volte sembra che piange.

Poi tutto torna normale. Fino a quando non torna il giorno della signora nera e, come dice zio Annibale sottovoce: “la schifezza ricomincia.”

XI.

Anche quando sembra che dorme, e mamma pensa che dorme, Anastasia pensa che dorme, zio Annibale pensa che dorme, e tutti gli altri pensano che dorme, come adesso che tiene gli occhi chiusi e respira pesante, io lo so che papà invece non dorme: lui pensa. Questa infatti è la sua vera malattia: il pensiero.

Io qualche ricordo di papà che il suo pensiero lo dice, e non se lo conserva dentro, impolverando come una statua immezzo al soggiorno, ancora ce l’ho, e me lo tengo stretto. Ripenso a quando stava male e si incazzava sempre. Le discussioni giravano intorno alla sua visione del mondo, per esempio la differenza tra buoni e cattivi. Prima del 16 ottobre, dalla fine di agosto in poi, la situazione in città era peggiorata. In un solo giorno erano successe tre disgrazie:

  1. Avevano sputato da un motorino in faccia ad Anastasia;
  2. Avevano messo Natale in un bidone della munnezza, da cui mio cugino era riuscito a scappare solo due ore e mezza dopo perché, come ho detto prima, è zoppo;
  3. Avevano rubato la macchina ancora con le rate a zio Peppino, e lui stava parecchio storto per questo. Tutta la famiglia era d’accordo a condannare gli anonimi responsabili con severità.

L’idea era di trovarli, legarli, innaffiarli di benzina e dargli fuoco a quei porci bastardi napoletani infami! Così dicevamo. Ma papà non era d’accordo, come sempre. Questa cosa noi già la sapevamo e ci dava fastidio a tutti, perché non la capivamo. Ma lui si ostinava, ogni volta che succedeva qualcosa di brutto, sempre a cercare prima le ragioni degli altri, dei cattivi, e mai le nostre, quelle della brava gente. Si faceva odiare. Cominciava lento, intrufolandosi nel discorso senza farsi accorgere, e piano piano, piano piano prendeva piede, come la benzina, che arriva il fuoco al soffitto quando meno te l’aspetti e ormai non ci puoi fare più niente per fermarlo.

Zio Peppino stava male, non sapeva se piangere o ridere. Nel giro di un’ora, avevano sputato sulla nipote prediletta (e non era una novità) dopo averla chiamata cesso appilato svariate volte, e poi gli avevano rubato la macchina nuova, giapponese, dopo tanti sacrifici.

Si stava sfogando con mamma in veranda, quando dal soggiorno risuonò un pensiero a voce alta di papà: “Sì, Peppino ha ragione, ma pure loro…”

“Che cosa?!” Zio era rientrato con le guance ancora bagnate di lacrime. Papà sapeva che era troppo tardi per tirarsi indietro: “Tu mò perché stai scioccato, ma loro questi guaglioni se lo hanno fatto tenevano un motivo, avevano bisogno…”

“E tenevano bisogno proprio della macchina mia?”

Zio Peppino si fa subito rosso in faccia se viene contraddetto. Ma non tutto. A chiazze, come se il sangue non tenesse genio di colorare bene tutta la pelle.

“Dobbiamo stare attenti, non giudicare. Mica loro sono i cattivi e noi i buoni. Io sono più propenso a credere che ci sia il bene e il male in ogni essere umano, e in questa situazione noi, di loro, vediamo solo il lato cattivo.”

Papà non era stupido, e nemmeno ingenuo. Ci ho messo due anni per trovare una risposta, e mò che lo guardo fingere di dormire in piedi al centro del soggiorno con una ragnatela sottile che dalla punta del naso si tende nell’aria prima di aggrapparsi all’orecchio destro, mi fa tenerezza.

Papà aveva bisogno di credere che fosse così. C’era questa parte del suo cervello, uno spicchio, in cui nascevano e si moltiplicavano pensieri di speranza e sopravvivenza, l’idea che tutto sommato il male non è reale, la cazzimma non esiste, per lo meno non sotto forma di diavoli sulla terra, lupi cattivi, orche a caccia di sangue, Nani. Il suo cercare una giustificazione ai ladri di zio Peppino, o agli sputatori in faccia di Anastasia era solo un modo per sopravvivere, e far sopravvivere quella parte del suo cervello, il suo spicchio. Quello che ripeteva: I cattivi non esistono. Esiste solo il buono e il cattivo della gente, no la gente buona e la gente cattiva.

Ma io so che quella volta non era più così sicuro, resisteva, ma stava già smettendo di crederci fino in fondo. Lo diceva per convincersi, continuare a sperare che la situazione migliorasse. E pure perché, lo ammetto, far incazzare zio Peppino è il sogno segreto che teniamo noi tutti in famiglia.

Da lì a due mesi la situazione in città precipitò. Gli atti vandalici senza scopo di lucro o necessità si moltiplicarono, Anastasia tornava quasi ogni giorno a casa grondante saliva degli sputatori, e il dottore disse che se continuava a non mangiare sarebbe diventata la più anoressica tra le sue amiche. Poi ci fu l’incidente al collega di papà, finito in coma all’ospedale per i calci che due ragazzini gli avevano affondato nello stomaco dopo averlo lasciato in mutande per strada.

Quella volta zio Peppino non se lo tenne il rospo dentro. Finalmente teneva l’occasione di rifarsi. Papà stava sbattuto come un sacco sulla poltrona. La voce un poco stridula di zio Peppe se la sentì entrare dentro come una lama sottile che piano piano si infila nella pancia, e inizia a girare.

“E questa, come te la spieghi? Tenevano ragione a mandarlo in coma a furia di calci, visto che la loro parte buona si era distratta un attimo dando la possibilità alla parte cattiva di vendicarsi per non aver trovato i soldi addosso a un povero cristo?!”

Quel povero cristo papà lo conosceva da quarant’anni, aveva pure fatto da padrino al battesimo della figlia, e per la prima volta non aprì bocca. Se ne restò in silenzio, senza replicare, e io penso che deve essere successo in quel preciso istante: lo spicchio di cervello che ancora cercava di salvarsi perse la partita e si ritirò, lasciando campo libero al resto del cervello, quello senza più speranza.

Ma papà proprio non ci riusciva a vivere in un mondo così. Rispose col silenzio e forse, chiuso nel cesso senza farsi vedere, con le lacrime. Poi prese la sua decisione: non partecipare più a questo teatro, rifiutarsi di esserne spettatore passivo, incapace di reagire. Basta, me so scucciato, non mi muovo!

Mio padre teneva un’idea di speranza e quell’idea era morta. Ancora una volta, questa città maledetta era stata più forte di lui, e di tutti noi.

XII.

Mentre sto scrivendo approfittando che non c’è ammuina, un rumore fortissimo di cocci rotti mi fa saltare. Poi, come il tuono dopo il lampo, arriva l’allucco.

Corro in veranda con il cuore in gola vedendomi già la scena di mamma a terra morta stecchita. Invece sta buttata in un angolo con le ginocchia in bocca e respira affannata. Sul pavimento ci sono i pezzi della madonnina fracassata. Anche il vasetto di Vietri è in frantumi. Mamma fa strani suoni con la gola. Capisco solo una parola: malaurio. Dopo mezz’ora riesco a farmi dire che è stato: si era avvicinata come ogni giorno per fare quattro chiacchiere con la statua e sotto i suoi occhi le tre rose tutto insieme si sono seccate e hanno appoggiato la testa sul bordo del vasetto. Secondo lei è un modo che ha trovato la Madonna per dirle: Bellella, tu mi stai pure simpatica ma miettete l’anima in pace, perché sta per succedere qualcosa di assai brutto. A te e a tutta la tua famiglia. E io mica vi posso salvare. No-o, sarebbe sbagliato. Non è compito mio. Allora mamma ha fatto i vermi per la paura e con una manata ha scaraventato tutto per l’aria. Scassando madonnina e vasetto.

“è una maledizione, un segno del demonio!”

“Non è che ti sei dimenticata ti mettere l’acqua, ma’?”

Silenzio.

“Può essere…” Mi guarda, sembra una bambina: è assai confusa.

“Dimmi la verità Tonino, non sono più una buona mamma? Mi sono fatta egoista, non mi curo più delle cose, di voi.”

“Quando mai.”

“Sono stanca, così stanca…”

Poi si è accucciata sulla mia pancia, e io me la sono tenuta stretta come una figlia piccola, proteggendola dal dolore dei brutti pensieri. Fino a quando non si è assopita, nel vuoto lieve del silenzio.

XIII.

Mi affaccio alla finestra, e aspetto una risposta. Ma dal fuori viene solo silenzio. Anzi un ronzio strano. Che poi diventa voce. Ma in lontananza, come da dentro a un tubo. Non la riconosco subito. Dice frasi senza senso, parole masticate male da una bocca impastata, o senza denti. Adesso è forte: viene dall’angolo scuro di zio Carestia.

Ha gli occhi spalancati, ma non riesco a trovargli le pupille. Trema tutto, come un epilettico, e dagli angoli della bocca schiuma bava bianca. Mi guardo intorno per chiedere aiuto, ma alcuni sono in cucina, altri dormono, i rimanenti sono presi dai loro tic. Sento tirarmi forte in avanti.

Zio Carestia mi prende in un pugno l’orlo della maglietta, e nel bianco dei suoi occhi scopro riflessi i miei. Recita qualcosa, come dei versi: una specie di poesia. Si sforza di scandire ogni parola fino alla fine, come se da questo dipendesse tutto il senso del suo pensiero:

“…uno spino acuto al nudo piè villano

sparse del divin sangue i boschi folti.

Noi summettemmo allora il bianco fiore,

tanto che l’divin sangue non aggiunse

a terra, onde il color purpureo… nacque.”

L’ultimo ricordo è che me ne stavo immobile, incapace di muovere un solo muscolo. Fissavo gli occhi di zio Carestia senza volontà, come mi fosse imposto dall’alto: il bianco si era iniettato di rosso, e lacrime di sangue scorrevano nei solchi del suo viso. È stato allora che devo aver perso conoscenza e quando mi sono risvegliato ero sdraiato sulla mia rete, mamma mi passava la mano tra i capelli ripetendomi: “è un incubo, tesoro, non ti preoccupare”, mentre zia Teresa più lontana si grattava forte le braccia con le unghie spezzate, mormorando: “Un altro strillo così e ci viene un coccolone a tutti quanti.”

Allungo il collo per controllare la sedia vicino la finestra. Il volto di zio Carestia è tagliato a metà da una specie di sorriso. I suoi occhi sono fondi e neri come pozzi, e mi scrutano dentro.

Un corvo vola basso tra i palazzi.

 

XIV.

“Non possiamo più fare finta di niente, se la giustizia non viene dall’alto, allora vuol dire che ce la faremo da soli!” Non l’ho mai sentito parlare così Zio Annibale, in tutta la mia vita. Gli altri annuiscono, Amelia piange disperata, Zia Carmela è tutta rossa e incazzata in faccia. Non è servito a niente stare chiusi dentro due anni, sbarrando porte e finestre: il male, petalo dopo petalo, è entrato lo stesso.

Sono già tutti d’accordo, la sentenza è stata emessa prima ancora di fare il processo. Si tratta di Zio Carestia. Tutto è successo nel giro di pochi giorni. Amelia ha avuto una delle sue crisi.

Ha cominciato la sera continuando senza sosta per tutta la notte fino alla mattina del giorno dopo. Vomitava e singhiozzava, quasi non riusciva a parlare. Zia Carmela le reggeva la fronte sul water, la riportava sotto braccio in salotto, parlandole dolcemente all’orecchio e dopo dieci secondi tornavano correndo in bagno.

A mia cugina sono rimaste solo le ossa coperte da un strato trasparente di pelle, ma quelle che fanno più impressione sono le gambe: sembrano una radiografia tanto sono magre, e le ginocchia sporgono come due pompelmi.

Zia Carmela ha aspettato schiattata in corpo fino a quando Amelia non si è addormentata, verso le dieci di mattina. Con un gesto della mano ci ha fatto spostare in cucina, per sputare il rospo che la stava strozzando in gola. Eravamo preoccupati per Amelia ma nessuno si aspettava…

“Lo scuorno, io nun ‘o puozzo manco guardà in faccia!”

“Carmè che è stato?”

“Che è stato? La schifezza, Terè, è venuta fuori… lo sentivo io che ci stava qualcosa sotto, quella mia figlia fino all’altro ieri era una guagliona serena, sempre allegra. Voi ve la ricordate com’era allegra?”

Noi tutti in coro abbiamo risposto di sì, che ce la ricordavamo bene, anche se da quando la conosco io ad Amelia non le è mai scappato un sorriso, neanche per errore.

“Me l’ha rovinata… la creatura più allegra del mondo.”

“Carmè, ma quale schifezza?”

Zia Carmela tiene i capelli sconvolti in testa e si sposta sulle pattine come un’ubriaca. Zia Teresa le piazza una sedia di legno sotto il sedere grosso e lei ci crolla sopra con le mani in faccia.

“Ma quale noressia e noressia… la figlia mia era venuta bene, senza malattie. Fino a quando il diavolo non le ha strappato l’anima innocente dal cuore, e me l’ha sporcata, quella povera creatura, ci ha messo gli artigli sozzi sopra e…”

“Ma chi?! Chi è stato?! Chii?!Chiii?! Chiiiii?!”

“Isso!”

Silenzio.

È stato allora che trentaquattro occhi allibiti si sono incontrati a metà strada nell’aria e hanno deciso di accodarsi all’indice di zia Carmela il quale, dopo essersi levato al soffitto, ha disegnato una mezza circonferenza e si è lanciato in picchiata come un missile intelligente su uno di noi, seduto nell’angolo vicino la finestra, con la solita espressione stampata in volto, e lo sguardo rivolto fuori. Ho pensato: “Zio Carestia, dove guardi, se guardi? Dove sei, se ci sei?”

Zia ha continuato: “Amelia si è confessata: sono due anni che quel… quella specie di uomo la molesta!”

Di nuovo. Eravamo senza parole. Vittime di un silenzio sconosciuto. Una nebbia densa, pesante, seppure invisibile, aveva reso l’aria della cucina irrespirabile.

Mamma ha parlato: “Che stai dicendo, sei sicura?”

A quel punto ho capito: la condanna era già scritta, perché tutti si sono girati minacciosi verso mamma, come se dalla bocca le fosse scappata la peggiore delle bestemmie. Nessuno doveva osare mettere in dubbio la parola di una povera vittima. E per cosa, poi? Difendere quello che ormai tutti sapevano essere il mostro di casa?

Dal canto suo, il mostro è rimasto fedele al suo silenzio, immerso nella fitta nebbia, non ha sollevato nessuna difesa, come se quel momento già lo conoscesse. E lo aspettasse da sempre. Ha continuato a fissare il fuori e solo per un momento ha mosso le labbra grigie ma senza emettere suoni. Come per una strana telepatia, nella mia testa una parola è risuonata, e io sapevo che non si trattava di un mio pensiero, ma del suo. Amen era la parola.

Ho guardato papà. Aveva gli occhi aperti, ma persi nel vuoto.

Adesso, o mai più – ho pensato. è tuo fratello, lo vogliono sacrificare. Tu non sei un vigliacco, sei quello che se gli altri dicono sì, gridi con tutta la forza del mondo: No! No! E ancora no! Tu sei… mio padre. Mi è sembrato di vedere un movimento, una corda che si allentava, un muscolo facciale che si tendeva. Ma – come quando cerco di guardare il sole, e mi accorgo che è troppo grande e forte da contenere negli occhi, e finiscono per scendermi le lacrime, e sembra quasi che sto piangendo – ho capito di aver preso un abbaglio.

Papà non si è mosso di un millimetro. Zio Carestia sta nell’angolo opposto della casa, dove a quest’ora si allarga sempre l’ombra. Il cielo si è scurito, un rosso venato di strisce nere ha colorato la finestra. Gli altri zii gli si avvicinano lentamente, accerchiandolo come una preda.

Zio sembra assente, ma io so che ha capito. China la testa calva, cacciandola tra le ginocchia, e la sua gobba si ingigantisce, a dismisura, ingoiando il resto avvizzito del corpo.

XV.

La settimana dopo l’esecuzione, una elettricità strana si è impossessata della casa.

Io e mamma abbiamo medicato papà. Una ferita si era aperta al centro del torace. Non c’era verso di fermare il sangue. Mamma piangeva e gli premeva un panno bianco sopra, con tutta la forza rimastale in corpo. Premeva e piangeva. Il panno si è inzuppato di rosso. A un certo punto mi è scappato di dire: “è come se piangesse per zio Care…” Una piccola mano chiara mi ha coperto le labbra. Io e mamma ci siamo guardati senza dirci niente, ma le parole non sono mai state meno importanti. Ci sono volute sette ore, e finalmente il sangue ha cominciato a seccare, si è fatto scuro, quasi nero sullo spacco nella carne, incrostandosi come una bestia morta arrampicata vicino al cuore. Zio Annibale ha tirato un sospiro di sollievo e ha parlato al soffitto tenendo le mani chiuse in segno di preghiera: “Cosa abbiamo sbagliato? Diccelo! Cosa?”

Il soffitto non ha risposto.

“Niente, non abbiamo sbagliato niente.” – Era la voce di zia Teresa. – “è stata solo la spina di una rosa.” Anastasia stava ribattendo timidamente, ma zia le ha coperto le parole ripetendo in un sussurro: “La spi-na di una ro-sa!”

 

XVI.

Da quel giorno il clima è cambiato. Si parla pochissimo e le stesse questioni che prima finivano in un sorriso e una pacca sulle spalle, oggi diventano motivo di litigio o di occhiatacce. È come se tutti respirassimo lo stesso sentimento, lo stesso veleno: un certo disprezzo, un’antipatia istintiva nei confronti degli altri presenti, parenti vicini o lontani, comunque troppo vicini nella piccola casa. Un paio di volte siamo scesi pure alle mani tra zio Annibale e zio Alvaro, o ai capelli, tra zia Carmela e zia Teresa prima, e tra zia Carmela e mamma poi. E sempre per stupidi motivi. Saverio e Natale scrivono sui muri del salotto frasi come dio non esiste oppure Zio Carestia brucia all’inferno, quando non gli basta disegnare cazzi di diverse forme e colori. Nessuno si permette di riprendere i miei cugini, perché adesso sono loro i più forti, e gli zii non vogliono pigliarsi un pacchero in faccia per così poco.

Zio Annibale è strano. Dice: “Bravi, bravi ragazzi: continuate. Dobbiamo diventare mariuoli di noi stessi: scippare la borsa a nostra madre, affondare il coltello nella pancia del padre, vendere pasticche ai nostri figli. Più fetenti della fetenzia. Vederli morire, uno appresso all’altro, sbattere a terra come vasi di coccio, ridursi in frantumi. E allora forse capiremo. Ci ricorderemo. E allora, forse, ci salveremo.”

XVII.

Su un libro di letteratura di Anastasia, ritrovo i versi che mi ha detto zio Carestia nel sogno. Appartengono a Lorenzo de Medici. Secondo la nota: “Nel sonetto è narrato il prodigio del cambiamento di colore delle rose, toccate dal sangue di Venere, puntasi a un piede mentre correva disperata nel tardivo tentativo di salvare l’amato Adone, colpito a morte da un cinghiale.”

Forse zio Carestia non voleva farmi male, stava solo cercando di dirmi qualcosa. Chissà se questa storia zio Annibale la conosce.

Quando glielo chiedo, risponde di sì, ma non voleva riempirmi il cervello di altre sciocchezze: “Dobbiamo pensare a sopravvivere adesso, non abbiamo tempo per le humanae litterae. Comunque, se proprio ti interessa, il mito è stato poi ripreso dal grande poeta Ugo Foscolo con i versi:

…d’improvviso

molte purpuree rose amabilmente

si conversero in candide.

È sempre Venere che appare su un’isola e nel tentativo di ingentilire gli animi umani compie il miracolo al contrario. Il rosso del fiore si tramuta in bianco. Ma come vedi le rose da noi sono rimaste rosse. Venere si è distratta, e qui a Napoli non è tornata. Mò però basta con queste fesserie! Aiutami a trovare qualcosa per pranzo, che sennò le femmine protestano che sono sempre loro a cucinare.”

 

XVIII.

Pure se zio Annibale è un intellettuale, da un poco gli scappano di bocca le peggio bestemmie. Non è d’accordo. Pensa che mamma sta facendo una scemenza ad aprire la porta alla gente. Postulanti li chiama, un’altra parola che non conoscevo. Significa che c’è una fila lunghissima di ‘fedeli’ che aspetta di entrare in casa per chiedere la grazia a papà.

Quando hanno cominciato a tirare sassi alle finestre, abbiamo subito pensato ai Nani, delinquenti, che senza ragione si divertivano a spese dei nostri vetri. Poi abbiamo capito. A scagliare pietre non erano i Nani, ma poveri disperati convinti che la colpa di questa specie di apocalisse è di papà, del sortilegio che ha fatto scendere sulla città restandosene immobile. Gli stessi disperati che adesso fanno la fila fuori, e pensano che l’ultima possibilità rimasta per sopravvivere è quella di inginocchiarsi a cospetto di Spine ‘e rosa, e chiedere perdono. Praticamente mio padre è diventato il Gesù Cristo del quartiere. Tutto è iniziato quando la signora Sara, la sarta di mamma, è venuta a farci visita con la scusa di un girocollo da trasformare in un collo a V, una domenica mattina di diversi mesi fa.

Abbiamo capito subito che il girocollo non reggeva come scusa. La signora Sara era stata mandata in missione di spionaggio dalle zitelle del circondario per verificare con i suoi occhi la situazione.

Deve essere rimasta impressionata assai dall’immobilità di papà, oppure dalle profonde cicatrici che le corde tirate hanno lasciato sul corpo. L’abbiamo capito perché da quel giorno le nostre finestre nessuno si è più permesso di sfiorarle. In compenso, una folla oceanica di tutte le età, preganti, piangenti, e alcuni pure autoflagellanti, si è messa a gridare per strada: “Aiutace tu, Spine ‘e rosa! Sei il nostro salvatore!”

Nascosto dietro la tenda della cucina li vedo, e sembrano tanti pazzi. Dal metro e mezzo di rose che inonda la strada, spuntano cape e capuzzelle, spalle e toraci degli uomini più alti, qualche cappello, sotto al quale posso immaginare una permanente, e sotto ancora un essere umano di sesso femminile in avanzato stadio di decomposizione. Tanti anziani ma anche interi gruppi di ragazzi, che stranamente sono i più silenziosi e se ne stanno buoni buoni ad aspettare il turno loro.

Alcuni provano a fare i furbi, come alle Poste, superano gli altri nella fila ma vengono ributtati indietro a calci e spintoni. Ci sono stati anche tentativi di corruzione nei confronti di mamma. Lei si è rifiutata. Troppo onesta, dice Natale. Si potevano fare soldi a palate con la storia del martirio, ma lei queste cose nemmeno vuole sentirle. È spaventata, infatti dice: “Annibale tu tieni ragione, ma io qua, se non apro, questi sono capaci di buttarmi giù la casa!” Quello che è rimasto, della casa.

“Allora preferisco farli entrare, uno per volta.”

Proprio adesso che ci eravamo dati una calmata e la situazione sembrava tornata vivibile.

Per fortuna, quando si mette, Mamma è brava. Tiene il talento di dare soddisfazione alla gente.

Apposta per questo si è inventata il rito: il tizio entra, si inginocchia davanti a papà, chinando il capo. A quel punto, senza farsi vedere, lei solleva la mano di papà e la poggia sulla testa del genuflesso pronunciando parole in latino che non significano niente, tranne Quo vadis che utilizza spesso perché quando era giovane rimase chiusa una giornata sana nel cinema e si vide il film quattro volte di seguito. Il postulante scoppia a piangere, si commuove, a volte grida qualcosa e poi scappa via, altre volte resta inginocchiato per minuti interi in stato di trance, finché zio Annibale non decide che è abbastanza e con l’aiuto di Saverio lo solleva di peso fino all’uscita. Questo tran tran va avanti da due settimane, è molto stancante, ma non possiamo fare altro, anche se adesso la casa non è più nostra, è diventata la casa di tutti. Quasi come una chiesa.

Stiamo sotto pressione e allora ricominciamo a litigare per ogni scemenza.

XIX.

Di ballare non se ne parla proprio, e una volta che l’ho proposto, tirando per la maglietta Saverio che non voleva suonare, le zie mi hanno guardato come se non sapessero di cosa parlavo.

“La danza, la danza! Quando ci mettiamo a cerchio e ci sbattiamo tutti, con la tamorra che suona e gli altri che ci guardano sudare e fare fesserie, e ridiamo, non la smettiamo proprio di ridere…”

Le zie si scambiano un’occhiata veloce. Zia Teresa dondola un no annoiato con la testa.

“Tu sei giovane, tieni voglia di scherzare. Ma queste sono cose serie, Tonino… troppo serie per riderci sopra.”

Così dice zia Carmela, ma non è più la stessa zia che mi ricordo io. La luce che teneva negli occhi, che alcune volte mi sembrava una fiamma, altre volte una tiepida carezza, è diventata un lumicino minuscolo, di quelli che ancora riescono ad avvisare della loro presenza, ma non ti dicono niente sulle verità che vanno illuminate. Anche se poi qualcosa scappa sempre. Troppo tardi, ma scappa. Come quando zia è uscita dal bagno trascinando per l’orecchio infiammato Amelia, e poi testimoni tutti le ha intimato di confessare.

Si trattava della presunta violenza fisica e morale inferta da zio Carestia buonanima all’equilibrio della casa e, in particolare, ai danni della povera cugina anoressica. Piangeva e singhiozzava così tanto Amelia che proprio non riusciva a emettere suoni, tranne alcuni nghiiiii e un paio di  frzsuuuù.

“Tutti devono sapere, avanti!”

Tra un singhiozzo e una lacrima, la verità veniva fuori a fatica, come pus da una ferita sporca:

“Il fatto è che… la depressione, la fame, e sono stata molto male, e voi non potete capire… adolescenti mica è facile, oggi come oggi, e nella confusione…  le avete viste le rose… quante rose… tutte queste rose…”

Insomma il succo era che zio Carestia mai l’aveva sfiorata con un dito. Si era avvicinato, questo è vero, una volta sola, allungandole una mano sulla guancia scavata, tentando in una carezza di esprimere quello che si era tenuto dentro con le parole tanto tempo, un come stai, dovresti mangiare mormorato tra i denti, ma subito interrotto dall’ennesimo pianto, e dalle ennesime grida, e dall’ennesimo errore.

“La verità, volevate la verità?! Eccovela la vostra verità! Se per voi è più importante di meee…”

“Queste rose infernali…” – ha esclamato zia Carmela, raggiante, stringendosi al petto le quattro ossa della figlia tornate per miracolo pure e incontaminate.

“No a mammà… tu sei più importante di una parola, noi ti perdoniamo. È vero che la perdoniaaamo?” Un coro si è levato con pigrizia: “Sìii, certo che la perdoniamo.”

“E come si fa, come si fa…”

Una folla di occhi minacciosi si è spostata in direzione di quelle note stonate: era zio Annibale che a mani congiunte parlottava sovrappensiero: “E come si fa…”

“Annibale, ci sono problemi?!?” – ha tuonato zia Teresa.

Zio Annibale è sbiancato come un lenzuolo e senza fare una piega si è affrettato a concludere:

“…a non perdonarla! Come si fa?”

“Aaaaaah” – un sospiro collettivo ha sciolto la tensione. A quel punto ero assai confuso. Sapevo che se uno sbaglia, quelli vicino a lui devono punirlo. Così funzionano le cose. Ma se a sbagliare non è uno solo, ma tutti? Chi si occupa del loro castigo?

Appena qualche mese prima avrei cercato una risposta intorno a me, insistendo per via di una necessità che mi sentivo crescere dentro, nello stomaco, e a cui non potevo resistere. Ma quella volta me ne restai zitto, e il silenzio mi avvolse tutto intorno, ma anche dentro, nella testa, come una specie di sonnifero che riposa la ragione. Guardai gli altri. Avevano ripreso le attività sospese prima della rivelazione. Ancora me li vedo: zio Annibale che si misura i passi borbottando da solo, Anastasia che canticchia un motivetto cercando tra i petali quelli più rossi, e degni di appartenere alla sua collezione privata, mamma che tampona il sudore sulla fronte di papà, gli zii maschi che giocano a pocker sul tavolo della cucina con le carte strette in mano come scale reali, o possibili bluff; impegnati insomma tutti nel difficile esercizio di evitare altri occhi. E io? La mia parte in questa commedia?

“Io… questa verità” – pensai – “per una verità così grande, una spina tanto affilata, non potremo mai ballare abbastanza”. Fu qualche secondo, lo sconforto. Poi mi passò dalla mente, come non fosse mai accaduto, e zio Carestia stesse ancora stretto nel suo angolo a fissarci, in silenzio.

Mi voltai di scatto verso mamma, convinto che avesse urlato qualcosa, tipo: “A tavola, è pronto!” oppure “Stasera gnocchi alla sorrentina!” Ma il suo sguardo era basso, le caviglie sporche come non le avevo mai viste, e la sera a cena avremmo mangiato di nuovo patate scaldate e mollica di pane raffermo. Era quella l’ora che la fame iniziava a venire fuori e intorpidire i pensieri, rendendoci tutti simili a bestie, il cui unico scopo del giorno è procacciarsi il cibo: mangiare, e non farsi mangiare.

 

XX.

A volte mi tornano in testa quei versi bellissimi:

…d’improvviso

molte purpuree rose amabilmente

si conversero in candide.

Mi aggrappo al loro splendore e al senso di pace che mi danno. Ma per quanto mi sforzi, proprio non so capire come mai delle parole, semplici parole, sono diventate per me così importanti. Forse è il loro suono, la musica che fanno nella testa rincorrendosi all’infinito, una melodia che accompagna i pensieri, e certe volte li riposa.

Sono passati due anni da quando ho iniziato il diario, ma sembrano due secoli. Qui è sempre peggio.

Ormai la gente non viene più a chiedere la grazia, un po’ perché è impossibile attraversare la strada, ma anche perché dicono: “Spina’e rosa il miracolo non si degna di farlo”. Così la casa si è svuotata di esseri umani, e ha finito di riempirsi di rose. Anche scrivere rifugiato in questo angolino, cercando di mettere insieme i quattro ricordi maltrattati che tengo, è diventato un’impresa.

Devo tenere il gomito destro sollevato perché i petali mi arrivano al mento. Mi limito a sputarli fuori quando mi finiscono in gola, impedendomi di respirare. Mamma non spazza più da settimane. Dice che tanto è inutile, hanno vinto loro. Abbiamo smesso di lottare quando zio Alvaro è morto.

Nel suo metro e cinquanta non ce l’ha fatta a salvarsi. Mi ricordo che lo tenevamo sollevato per il mento, e urlavamo in coro: “Forza, respira respira!”

Ma ormai erano troppi i petali che gli ostruivano i polmoni. Io pure avrei fatto la stessa fine se nel frattempo non fossi cresciuto. Mamma dice che mi è venuto lo sviluppo tutto insieme e sono diventato un metro e settanta dalla sera alla mattina. Adesso i vestiti di prima mi entrano a stento, ma in compenso lo strato ancora non riesce a prendermi. Siamo tutti dimagriti tantissimo, sembriamo tanti scheletri che si trascinano per casa. Colpa della depressione, e della fame. Abbiamo smesso di rifornirci dalla signora Nera. L’ultima volta che andò senza Natale, a letto con quella febbre bastarda che poi è finita in polmonite, mamma tornò indietro sgommata di sangue: piangeva senza lacrime, arresa, e ripeteva che i Nani le avevano fregato le buste col mangiare, e pure i medicinali. Come abbiamo resistito per altri cinque mesi senza cibo?

Rivedo i volti di quelli che ci hanno lasciato per primi. Mi viene il groppo in gola ma resisto e la voce invecchiata di mamma (ora che ha perso quasi metà dei denti) cerca di rincuorarmi: “Lo sai Tonino, se noi siamo ancora vivi dobbiamo ringraziare loro”. Poi scompare in cucina dietro alle altre zie. Si sentono trafficare assai, reggendosi l’un l’altra per non soffocare: accendono il fuoco e ci regalano la magia di altre, poche, ore di vita. La puzza certe volte è insopportabile ma la fame lo è sempre un po’ di più e, dopo i primi conati, mi scende giù tutto e mi convinco che è come quando facevo la comunione: Il corpo di Cristo – ripeteva il prete – il corpo di Cristo. Così non mi faccio più domande, e se un pensiero cerca di muoversi per uscire dalla testa, lo fermo prima che sia tardi, dico Amen e ripeto questa parola mille volte finché non diventa l’unica, e le altre si fanno piccole e innocenti a confronto. Il corpo di Cristo: Amen… amen… amen.

 

XXI.

L’aria da respirare è sempre meno, la penna inciampa sul foglio, sono stanco pure io, ma continuo a scrivere, nessuno mi ferma.

Eccola qui. La aspettavamo: è la fine. Sapevamo che sarebbe arrivata. Tutta la vita ci siamo preparati. Parlando, litigando, rubando, con la sua ombra fissa alle spalle, sicuri che nulla ci era vietato, tranne scappare. Una vita intera a prepararci, aggiustandoci il nodo alla cravatta, sfiorando con la punta delle dita il corno rosso nascosto nel pugno della mano: ridendo di noi stessi, in attesa di una cosa che – sapevamo bene – ci avrebbe schiacciato. Inevitabile. Ma ciò nonostante sorprendente. Come un’eruzione, una morte, una verità. Come la conclusione di qualsiasi storia che si rispetti: la sua fine.

I miei occhi non la smettono di inseguire i petali che volano nell’aria, liberi e bellissimi, prima di poggiarsi su quelli già caduti, cadaveri di una bellezza sfiorita.

Uno è più veloce degli altri, cerco di acchiapparlo con lo sguardo: mi convinco che posso imporgli la rotta. Mi dà retta. Almeno questo, forse l’ultimo della tempesta che ci ha perseguitato, vuole concedermi l’onore di ubbidire. Io allora lo guido sui capelli di mamma, che non piange più. Se ne sta muta con la stessa espressione in volto da settimane, e guarda papà stringendogli la mano, anche se lui non la ricambia: è pallido, senza luce, e sono giorni ormai che ha chiuso gli occhi.

Forse mamma pensa che anche questo è un atto di ribellione, significa che il mondo non si merita più di essere guardato. Il petalo rosso si solleva, anzi lo sollevo: disegna una girandola nell’aria prima di poggiarsi su zio Annibale. So che gli dà fastidio, quindi è giusto un attimo, il tempo di controllare se ancora respira. Ha la barba lunghissima e ha smesso di citare Kierkegaard.

A che serve ormai, risponderebbe se qualcuno glielo chiedesse. Da giovane si credeva che la ragione poteva cambiare gli uomini, da vecchio si è accorto che gli uomini quasi mai tengono ragione. Allora è passato alla fede. Come un calciatore che all’ultimo minuto cambia squadra. Quando pensa che nessuno lo guarda, parla a Dio. Sento che dice: “Non perdonarmi, non voglio essere perdonato. A noi, tutti quanti, non ci perdonare. Lasciaci sanguinare. Carnefici e vittime, vittime e carnefici… finché morte non ci separi. Amen.”

Il povero Natale non lo posso sfiorare col mio petalo. È stato uno dei primi a raggiungere zio Alvaro e zio Carestia. Quello che è rimasto del suo corpo zoppo se ne sta sepolto sotto le rose, ma non la sua anima: quella sta correndo in un giardino dove non c’è bisogno delle gambe per stare bene con gli altri.

Mia sorella Anastasia, che ora è tornata a farsi chiamare Annarita e non si tinge più le unghie dei piedi, immerse come sono nella vegetazione, non è mai stata così bella. O forse sì, ma io non me ne ero mai accorto. Il mio petalo le carezza la guancia prima di posarsi su un orecchio. Così somiglia a una tailandese. Per la prima volta scopro che oltre a essere mia sorella è pure una donna, la pelle di velluto, i lunghi capelli neri, e lo stesso sguardo orgoglioso che teneva mamma nelle foto da giovane. La sua testa è l’unica che sorride, guarda fuori dalla finestra ma si accorge del mio petalo. A fatica riesce a tirare fuori un braccio per agguantarlo con la mano sinistra: ricambia il mio saluto, riconoscente. Sembra quasi che voglia trattenerlo nel pugno chiuso fino alla fine. Invece, con le ultime forze, lo lancia verso l’alto e nei suoi occhi riconosco la sfida.

Il petalo volteggia su se stesso, elegante e leggero, e finisce per posarsi indiscreto sull’album di foto aperto alla mia sinistra. Papà e zio Carestia hanno cinque anni, massimo sei, sullo sfondo un albero di Natale con pochi addobbi ma imperioso. La casa è questa. I gemelli si guardano dritto negli occhi, non si capisce quanta ostilità o amore ci stia immezzo. Testa contro testa, mani intrecciate e l’ombra di un sorriso nel quale si riflettono, identici. Chissà se l’hanno mai vista, le zie. Sfiorite e curve, con la faccia spaccata da innumerevoli tagli di spine, annaspano nel loro stesso sangue. Non sono ancora morte, ma soffrono molto. Le orbite degli occhi di zia Teresa si gonfiano venate di spaghi rossi e mollemente si fanno strada negli inferi della coscienza addormentata.

Voglio ricordarle ballare, disfarsi del male come sabbia asciutta, in un colpo di mano, un passo di danza nel cerchio chiuso del tempo. Un esorcismo che non possono più concedersi. E nemmeno io.

Il mio petalo ha le sue preferenze, non le saluta. Mi accarezza la nuca esitando, in attesa dell’ultimo comando. Adesso sei libero! gli comunico con un cenno del mento. Anzi no! Vorrei fermarlo, dargli il contrordine, perché mi sono dimenticato di salutare papà. Poi ci ripenso. Non c’è bisogno. Non voglio più vedere corde, cappi e contrappesi, non voglio più fissare i suoi occhi chiusi pregando che si riaprano, la sua lingua muta sperando che mi dica cosa fare. Non ho più bisogno della speranza. Adesso ho la storia.

Mentre impugno di nuovo la penna, seguo il petalo nella sua traiettoria irregolare. Mi aspetto che da un momento all’altro si fermi e precipiti sulla montagna degli altri. Invece resta sospeso in aria per quello che mi sembra un tempo indefinito, e, come illuminato da un lampo divino, muta il suo colore da rosso a bianco. Lui, il mio petalo, come nei versi che ho mandato a memoria:

…d’improvviso

molte purpuree rose amabilmente

si conversero in candide.

Sorrido stupefatto mentre prende la rincorsa e, sospinto da una corrente nuova, raggiunge la fessura di una finestra rimasta un poco sollevata (quella nell’angolo dove zio Carestia sedeva, spostando lo sguardo come l’ago di una bilancia, tra il dentro e il fuori).

Lo accompagno con gli occhi fin dove riesco. Quando scompare alla mia vista sembra già lontano chilometri, in volo verso una meta che io non conosco, ma posso immaginare.

XXII.

Forse un giorno l’uomo del futuro troverà questo manoscritto, restituendo un po’ di luce alla verità.

Leggendo potrà rispondere alle domande che non hanno ancora trovato risposta.

Una di queste potrebbe essere: Com’è possibile che una forza della natura di grandiosa bellezza come una pioggia di rose soffochi un’intera città? Eppure a vederla dalle foto aeree che scattarono pochi giorni dopo l’apocalisse, sembra la cartolina di una città fantastica, immobile: somiglia a una sposa vergine coperta di un sottile velo bianco (sì, bianco), elegante e fragile.

Se qualcuno leggerà le mie parole, saprà che la dama era anche un po’ zoccola, aveva il cuore avvelenato, e ha avuto quello che si meritava. Scommetto che nonostante questo, la cartolina andrà a ruba, tutti ne avranno una in bella mostra sul tavolino in salotto, e si sentiranno simpatici a commentare: Vedi Napoli, e poi muori…

Ma la vera domanda (forse la più difficile a cui dare risposta) sarà un’altra: Che ci fa lo scheletro di un uomo immobilizzato nel salotto e sollevato verso il soffitto con delle funi, i piedi saldamente piantati a terra, le braccia spalancate e la testa piegata di lato, come un cristo morente?

A questa domanda non sono sicuro di saper rispondere. Ma di un fatto sono certo: quell’uomo era l’ultimo vero napoletano rimasto, capace di farsi carico sia del bene sia del male, e di conservare, nel suo cuore ferito e pieno di dolore, l’orgoglio perduto di un’intera città:

Don Salvatore Spine ‘e rosa, mio padre.

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