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Antica città di mare costretta nel tempo all’avvicendarsi di svariati domini, Napoli si fonda su un territorio altamente sismico. La composizione tufacea del sottosuolo – deflorato nei secoli da cave, gallerie e scavi di notevole profondità – rendono il territorio esposto a fenomeni di cedimento e/o distacco dei blocchi che ne costituiscono la matrice. 

Quando il nostro blocco di tufo si è staccato, in casa c’eravamo io, mia sorella più grande, mamma, zio Franco, zia Lucia, il piccolo Luigi e nonna. Papà no, lui non c’era, perché era sceso un attimo a prendere le sigarette. Quando succede qualcosa di importante, lui è sempre sotto a prendere le sigarette.

Era appena scoccata la mezzanotte, e noi tutti a ballare e cantare l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore, che d’improvviso i fuochi fuori si sono fatti più lontani e brillanti, come le stelle di notte quando il cielo è pulito. Devono essere state le botte troppo forti a far tremare la terra fino al punto di farla rompere. Io sono stato il primo ad accorgermi che la nostra casa andava alla deriva e ho cercato di avvisare subito mamma. Lei mi ha fatto segno di sì con la testa ma rideva sganasciata, mentre il trenino comandato da zio Franco se la portava via lontano.

Zio Franco è un gigante. Ha due braccia così grosse che, quando ti stringe, sembra di soffocare col naso schiacciato nei peli ricci del suo stomaco. Siccome è un pezzo grosso, non si spruzza il neutroroberts sotto le ascelle come papà. zio Franco si versa tutta la boccetta di colonia addosso. è lui che comanda quando papà scende a comprare le sigarette. Mamma con lo zio è più buona, non fa tutte le smorfie che le vengono fuori quando a parlare è papà. E se zio Franco dice una cosa è proprio quella, non ci stanno santi.

Mentre il trenino continuava a girare, ho ficcato la testa tra le sbarre della ringhiera e sotto c’era la schiuma del mare tagliata dalla corrente. Mi sono spaventato e ho cominciato a gridare: “Guardate che ci siamo staccati: la corrente ci porta via!”, mentre i coniugi Tagliacozzo sul balcone di fronte si facevano sempre più piccoli, come formiche con le stellette di natale in mano. Quel coglione di zio Franco ha gridato: “E se c’è corrente chiudi quel fetente di balcone!”, e si è rimesso la bottiglia di spumante in bocca con tutti i baffi sporchi di panna.

La nonna era l’unica degli adulti rimasta senza bere: stava ferma e muta sulla sua poltrona consumata con la spugna di fuori, e sembrava una fotografia di quelle macchine antiche che quando scattano fanno il botto col fumo.

Da quanto mi ricordo io, in famiglia abbiamo sempre tenuto l’abitudine di festeggiare il capodanno per tutta la notte. Ma la festa comincia molto prima. Verso le sette, papà e zio Franco prendono il tavolo della cucina e lo accostano a quello del soggiorno. Ogni anno si accorgono che non ci sta posto abbastanza. E ogni anno si stupiscono, sbuffano e vanno nello stanzino a tirare giù le assi. Le portano sollevate vicino agli altri tavoli e le sdraiano su due grossi triangoli di legno. Esce fuori un unico tavolone gigante che zia Lucia ricopre con la tovaglia rossa buona che caccia solo a capodanno, perché troppo spesso – dice – poi si rovina.

Alle otto comincia il cenone. A me, anche se ormai sono grande, mi mettono ancora al tavolo dei bambini, ex tavolo della cucina, vicino a Luigi che ha cinque anni e si trascina la tovaglia coi gomiti fino a terra e a mia sorella Rosa di fronte che ci controlla se facciamo fesserie. Io e Luigi aspettiamo in silenzio e, appena Rosa si gira, facciamo apposta la fesseria. Se mamma si accorge, a noi ci grida in testa, e a Rosa la ammazza di botte.

Dall’altra parte, a capotavola, nonna è ferma, con la stessa espressione di pietra che tiene in poltrona. Appena arrivi la prima cosa che devi fare è salutarla. Non sia mai ti scordi. Lei si ricorda anche dopo tre mesi e al tuo compleanno fa finta di niente, e non ti dà il regalo:

“E perché, tu non ti sei dimenticato di salutarmi tre mesi fà?” dice, girata da un’altra parte.

“Nonna, ma quando?”

“Il tredici maggio, che si è cresimata soreta”.

Poi fa la bocca schifata e solleva il sopracciglio, e tu allora ti senti un fesso, e pure senza regalo. Perché lei vede tutto, anche quando sembra che dorme.

Quando ero piccolo, dopo la mezzanotte iniziava a venirmi il freddo, mi girava la testa e mi risvegliavo direttamente la mattina dopo, quando solo i deficienti sparano ancora (questo lo dice papà). Adesso invece riesco a stare sveglio fino alla luce e mi accorgo di tutto, pure delle mani che zio Franco infila sotto il grembiule di mamma, che comincia a respirare più forte e poi se ne scappa in cucina sorridendo strano e guardandosi intorno.

Una cosa che non capisco del capodanno è perché tutti si divertono e a me invece sale il magone che mi stringe la pancia e quasi mi viene da piangere. Penso che da adulto quando potrò bere anch’io lo spumante mi scomparirà questa specie di sintomo e mi sentirò bene come tutti gli altri che aspettano le feste per essere felici.

Zio Franco ha smesso di toccare mamma, e si è preso in braccio Luigi. Lo solleva facendolo decollare e quando lo riporta giù fa la rana, gonfiandosi le guance e spernacchiandolo tutto. Luigi ride e tossisce, anche se il fumo dentro è meno, e l’aria è più pulita perché ci stiamo allontanando dal resto della città immersa nella nebbia.

Dice mamma che, quando ero piccolo, anche a me papà mi prendeva in braccio e mi faceva decollare. Poi dopo è venuto il periodo brutto e allora niente più decolli.

Lei pensa che non lo so, ma io ho capito che il periodo brutto di papà è iniziato quando ha cominciato a prendere quelle pillole sopra al mobile della cucina, sempre di più ogni giorno, un mese dopo il licenziamento dall’ITALSIDER. Da quel giorno non mi ha più preso in braccio e non mi sta mai a sentire quando parlo, tranne se guardiamo insieme la partita del Napoli in televisione e io gli dico:  “Ma ti ricordi i tempi di Maradona?”, e lui quasi sorride e fa segno di sì con la testa.

A un certo punto ho preso coraggio e mi sono riaffacciato. Un mare di acqua ci circondava e ormai il resto della città con le sue luci della notte, si confondeva dentro il riflesso della luna sull’acqua. Mi sono sentito solo. Avrei voluto vedere papà, il mio papà, raggiungerci a nuoto, comparire da dietro uno scoglio con le sue Emmesse tenute in alto per non farle bagnare, mentre con l’altra mano mi faceva segno di aiutarlo a salire. Io allora mi sarei tuffato legandomi stretto a una corda annodata alla ringhiera e poi, tenendogli su il mento, lo avrei tirato all’indietro fino al portone come nel telefilm dei bagnini americani. Sarei diventato uno grande, da tavolo centrale, e tutti mi avrebbero abbracciato, compreso papà. Ma dietro lo scoglio è uscito solo mezzo tronco rinsecchito e una bottiglia rotta di vinello. Nessuna traccia di papà o delle sue Emmesse.

La cosa più brutta quando non sei ancora grande, cioè come un adulto vero, è che tu parli parli ma nessuno ti ascolta sul serio. Ti fanno solo più carezze e ridono se fai una scemenza. Io infatti ho ricominciato a urlare: “Aiuto aiuto, stiamo andando alla deriva veramente!”

E dall’altra stanza è arrivata solo la voce di zio Franco: “Se se, co’ tutte ‘e panne!”

Gli altri nemmeno si sono accorti, e hanno continuato a ridere e ballare la macharena con le guance rosse e gli occhi quasi spenti.

Alfredo me l’aveva detto che poteva finire così, ma io pensavo che scherzava.

“Ma tu che ne sai di rivoluzione e proletariato, sei ancora un ragazzino… Qui al sud siamo convinti di essere furbi, i più svegli di tutti. E invece… stiamo dormendo. Dormiamo e non lo sappiamo. Facciamo finta di niente – ci diciamo: c’è la camorra, i bambini vengono sparati per strada e nessun negozio ti fa lo scontrino, mentre a dieci metri usano come discarica l’unico bosco naturale rimasto, e la disoccupazione galoppa ma adesso ha cambiato nome e si chiama “flessibilità”? E che ce ne fotte, vire ‘o mare quanto è bello, spira tanto sentimento… loro al nord tengono la nebbia e sono tristi, mentre noi invece stiamo sempre allegri e abbronzati… E non lo sappiamo, Giovanni, ma stiamo dormendo, per non vedere la munnezza che teniamo sotto i piedi”.

Poi sputa a terra e si rimette in bocca uno di quei sigari che il suo amico di Cuba gli spedisce ogni quattro mesi. Fa le pieghe sulla fronte, mi guarda e dice: “La risposta a questa schiavitù economica e morale è la ri-vo-lu-zione!”

Io mi sto zitto e lo guardo, faccio di sì con la testa pure se ho capito la metà della metà di quello che ha detto, ma mi sembra convinto e quindi ci credo. Due giorni prima del distacco, il ventinove dicembre, lui mi aveva avvisato: “Guarda Giovanni che noi qui andiamo alla deriva, il mondo va in una direzione e noi pensiamo a bere e mangiare come i porci dalle due del pomeriggio fino alle undici di sera, poi un bel giorno ci svegliamo e fuori non c’è più nessuno, siamo rimasti soli con la nostra miseria.”

Aveva ragione Alfredo, ma come faceva a saperlo…

Forse di notte quell’attore con la stella sul cappello è sceso dal poster che tiene sul letto e gli ha svelato il futuro?

Quando tutti iniziano a gridare in coro: “Nonna nonna, faccela vedè faccela toccà!”, io ho già richiuso il balcone e senza farmi accorgere assaggio un poco di spumante pure io, ma è una schifezza e lo risputo subito nella pianta (la pianta è il posto dove anche gli altri prima hanno fatto scivolare l’agnello di mamma perché era crudo e faceva vomitare).

Al terzo faccela toccà! la nonna continua l’immobilità sulla sua poltrona e sembra fissare un punto lontanissimo dello spazio senza lasciarlo un secondo per paura che scappa via. Allora zia Lucia inizia a gridare: “Mammà! Mammà! Non si sente bene, mammà è fredda, quanto è fredda… venite, Franco fai presto, che questa è morta!”

Luigi è nell’angolo che si stringe la coscia di mia sorella e piange disperato, e adesso tutti in coro stanno dicendo: Mamma che hai? Non scherzare, ti prego… Chiamate l’ospedale!

E io penso: essì, prima che arrivano i dottori in motoscafo, la nonna è bella che fritta.

Ma poi nonna, al secondo pacchero di Zio Franco, ha ricominciato a diventare calda e a muovere gli occhi. Si è guardata intorno rimbambita. Quando ha capito dove stava, ha acchiappato zio Franco per il colletto della camicia e ha iniziato a picchiarlo, gridando: “Scurnacchiàto! M’è scetato into ‘o meglio… stevo sunnanno Giuanne ca me deva ‘e nummere!” Cioè stava sognando nonno Giovanni che le dettava i numeri per vincere al lotto. E zio Franco l’ha svegliata chiavandogli due maronna di paccheri e lei si è incazzata forte. Tutti hanno fatto un sospiro di sollievo, e poi zia Lucia è scoppiata a ridere e ha detto: “Non vi preoccupate mammà, i numeri ce li abbiamo lo stesso: Nuvanta ‘a paura e doie ‘e paccheri!”

Abbiamo ripreso a festeggiare contenti, pure il piccolo Luigi che si è accucciato dentro le braccia di mamma, la mia mamma. Neanche fosse lui suo figlio.

Io a un certo punto potevo pure farmi avanti e durante la pausa di silenzio forse qualcuno fuori al balcone lo riuscivo a portare, per convincerlo del disastro. Ma la lingua mi pesava come una pietra e non mi è uscita nemmeno una parola.

Dopo un altro litigio con i piatti che volavano e pure le mani, mamma e papà avevano deciso che tra divorziare e avere un altro figlio, forse era più facile avere un altro figlio. Pochi mesi dopo mamma teneva il pancione e passava le mattinate contente a comprare scarpine microscopiche e bavettine a coppie, una rosa e una azzurra. Per ogni eventualità – diceva. Il dottore l’aveva avvisata a mamma che era un rischio dopo i quarant’anni, e a distanza di dieci anni da me, ma lei continuava a dire a papà: “Pensa che bello, ci sembrerà di tornare giovani un’altra volta, come quando Giovanni (che sono io) era un creaturo e io me lo stringevo forte forte come un bambolotto, e sulla spiaggia tutte si fermavano a guardarlo e a dirmi: Signo’, che bel figlio che avete… ha preso da vostro marito?, zoccole!”

Poi era successa quest’altra cosa brutta del sangue all’improvviso per terra e le sirene dell’ambulanza, e papà che tremava e ingoiava le sue pillole, e Rosa mia sorella a gridare isterica. Dev’essere la cosa più tremenda del mondo quando ti muore uno così nella pancia, e tu non ci puoi fare niente, ancora non lo hai chiamato e non lo chiamerai mai. Per questo mamma poi è stata così male e ha cominciato a farsi passare le mani sozze di zio Franco per tutto il corpo, anche se mi dice sempre che devo stare attento di non restare solo con lui, e dopo scoppia a piangere con le mani sulla faccia.

Da quel giorno papà ha cominciato a fumare molte più sigarette e quindi doveva scendere anche più volte a comprarle dal contrabbandiere, rispetto a prima, per forza. E più papà scendeva più zio Franco saliva, e io mi sentivo sempre più solo. Per questo ora la capisco mamma quando si stringe forte tra le braccia Luigi, anche se è solo suo nipote. Lei è come se dorme e sogna che Luigi è quel figlio piccolino che non è voluto uscire, e in quei momenti sta bene come quando ero piccolo io, e niente di brutto era ancora successo.

Mentre dico ad alta voce: “Mamma ormai non mi vuole più bene”, pensando che tanto nessuno mi sente, mi accorgo di mia sorella seduta vicino a me con la testa piegata di lato. Rosa si gira e mi guarda con gli occhi spalancati e truccatissimi. Lei non è un cesso come la chiamo io, ma qualche mese fa ha perso le sopracciglia e sembra un’altra persona. Al posto dei peli si è fatta una curva sottile con la matita. Perché così fanno le donne quando diventano donne, donne vere insomma: perdono il pelo, ma non il vizio. Da quel giorno nemmeno più mi parla e sta tre ore al giorno attaccata al telefono con ‘la sua amica del cuore’ che si chiama Salvatore ed è il capitano di basket del liceo Fumagalli. Una volta li ho sentiti pure dire che volevano raggiungere l’orgasmo insieme per telefono e questa cosa mi ha fatto schifo. Così ho deciso di non mettermi più al telefono della cucina con il fazzoletto sopra, a sentire cosa si dicono.

“Ma che dici cretino: mamma ti vuole bene come sempre!”

Questo mi grida in faccia Rosa, mentre gli altri hanno aperto il terzo pandoro e continuano a ballare ingozzati.

“E tu che ne sai?!”

“Lo so e basta! Mamma ha tanti problemi, mica può pensare sempre a te: ormai sei grande, devi crescere da solo. È finita l’epoca che stavi sempre al centro dell’attenzione e il mondo ti girava intorno!”

Parlando mi ha anche sputacchiato in faccia, poi si è alzata ed è corsa in bagno a chiudersi, come fa sempre quando si arrabbia. Io mi sono asciugato gli occhi e le guance e ho pensato: Non la sopporto proprio! Ma poi una vocina dentro mi ha detto: forse però è vero, ormai sei un uomo…

Allora mi sono infilato la giacca col bavero sollevato come un attore, per uscire fuori a vedere se la situazione era cambiata. Eccome se era cambiata: adesso non eravamo tutti soli come credevo. Altre tre o quattro zolle galleggiavano nella nebbia. Su quella più lontana c’era il palazzo verde e giallo di otto piani dove stanno zio Franco e zia Lucia e più vicino, attaccato a un isolotto minuscolo con al centro un piccolo orticello e un contadino che zappava, c’era un pezzetto di tufo più doppio che reggeva Maria dentro la sua casa.

Maria è la mia fidanzata, ma lei ancora non lo sa. Volevo dirglielo alla sua festa di compleanno, ma ogni volta che mi avvicinavo al suo orecchio qualcun altro mi spingeva di lato per baciarla e dire:

Buon compleanno Maria, cento di questi giorni…

Io non l’ho mai toccata, ma secondo me è morbida come una bambola, specialmente quando si mette il golfino cucito dalla nonna, quello bianco con sopra ricamata la renna. È bionda e ha tutti i denti, tranne uno, quello che il fratello stronzo gli ha fatto saltare in macchina mentre facevano la lotta per chi doveva sedersi avanti durante la gita a Pompei. Ma anche senza dente per me è la cosa più bella del mondo lo stesso e vorrei proteggerla da tutta la munnezza che ci sta intorno, per sempre.

Perché prima non c’ho pensato? Non ci siamo staccati solo noi da terra, ma tutti. Il tufo che stava sotto e reggeva la città, si è sbriciolato come una torta in tante piccole molliche, e ogni mollica si è messa a galleggiare in una direzione diversa, lontano dalle altre.

Al secondo piano, dietro la tenda ricamata della finestra, mi sembra di vedere la sua forma, la forma di Maria, che secondo me fa i compiti e non si è accorta di niente. Non la voglio scocciare adesso, ma ho deciso: appena la rivedo glielo dico chiaro e tondo che lei è la mia donna.

Poi una soffio improvviso di vento ha chiuso con un botto il balcone alle mie spalle. Mi sono girato di scatto e ho attaccato le mani al vetro: tutti ancora ballavano e bevevano ma senza più rumore, come in quei film vecchissimi che nonna si vede prima di andare a letto. Mia sorella Rosa e mamma stavano parlando fitto fitto sul divano e ogni tanto mamma si girava a guardarmi. Zio Franco ha riaperto il balcone gridando:  “Ma che ci fa ‘sto guaglione ca fore sul’isso, jamm trase a’into!”

E io sono rientrato senza nemmeno camminare, facendomi portare dalla mano di zio Franco, come quelli che fanno sci d’acqua in California. Mamma è corsa dalla mia parte e mi ha abbracciato forte provando a sollevarmi, ma io ormai sono un ragazzo grande, non ci riesce. Ha iniziato a sbaciucchiarmi tutto dicendomi nell’orecchio: “Ti voglio bene, buon anno tesoro…”, fino a quando zio Franco non se l’è strappata con la forza e ha ricominciato a toccarla tutta dicendo:

“Tu a me devi fare arricreare, no a isso!”

Mamma però si è girata e gli ha tirato un calcio dritto nei coglioni e zio Franco in ginocchio ha rifatto il verso della rana con le guance rosse, ma questa volta senza più Luigi in braccio.

Gli altri erano tutti ubriachi fradici e non si sono accorti di niente, tranne mia sorella Rita che rideva a crepapelle e la nonna che ha sorriso per la prima volta in vita mia e poi si è messa a battere le mani e tifare come allo stadio.

Ho preso la mano di mamma e lei mi ha seguito fuori, sul balcone. Non eravamo più soli, nessuno era più solo. Ho sentito una voce chiamarmi: era Ernesto. Cercava di dirmi una cosa, ma non ho capito, forse: “Hai visto? Te l’avevo detto!”

Eccolo, ora lo potevo pure vedere: stava attorno a un fuoco con altri suoi amici pure loro con la stella sul cappello schiacciato, o con le treccine al posto dei capelli, e delle ragazze con gonne lunghe a fiori e tutti fumavano la stessa sigaretta a turno.

Più avanti, spinti dalla corrente, stavano arrivando i coniugi Tagliacozzo, e il signor Tagliacozzo sfidando il freddo preparava una brace fuori al terrazzo.

Maria dalla sua zolla si è affacciata alla finestra e mi ha salutato con la mano. Era proprio a me che salutava perché alle mie spalle non c’era nessuno. Ho guardato mamma. Le ho detto: “Hai visto?”

Lei ha fatto un sorriso bello, di quelli che prendono anche gli occhi, e mi ha risposto:

“E come no, ho visto ho visto… Belli i fuochi, eh?”

Infondo alla nebbia è spuntato papà con le sigarette. Era rimasto su una zolla insieme al contrabbandiere e al ragazzo senza mano che vende bengala e tric trac. Anche loro avevano acceso un fuoco per riscaldarsi. Mamma ha guardato giù e mi ha detto nell’orecchio: “Non ti preoccupare, adesso papà torna”.

“Lo so” – ho risposto io, ma senza più parlare.

Lo spettacolo stava cominciando. Dove guardavo guardavo comparivano gli occhi della gente. E nessuno era spaventato. Ma la cosa che più mi ha colpito è stata questa: tutti quei piccoli pezzi di tufo con sopra le persone che conoscevo si stavano riavvicinando. Il fatto è che erano tanti, ma così tanti che io il mare sotto quasi non riuscivo più a vederlo, e quando verso le cinque ha cominciato a spuntare il sole, e piano piano i suoi raggi si sono infilati tra una nuvola e l’altra, mi sono accorto che illuminavano cento, mille zolle. Una, più una, più un’altra ancora… si erano tutte riunite a formare un nuovo, bellissimo mondo: la mia città risvegliata.

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