Formiche

“Erano troppe, abbiamo fatto bene.”

Si guarda intorno. Rovista negli angoli con occhi ingordi. Se ce n’è una ancora viva, la scoverà e per lei sarà la fine. Un momento dopo, mi si avvicina circospetto.

“Sai” – quasi mi sussurra – “a me le formiche non piace solo ucciderle. Provo molto piacere anche nel vederle tagliate in due o più parti. Meglio ancora quando le schiaccio e loro ancora si muovono, e intanto soffrono. Si chiama agonia”.

La parola deve averla sentita in ospedale, durante il ricovero della madre. È certamente una mia suggestione ma, mentre mi confida il segreto, la piega dei suoi occhi si altera alle estremità, come nello sforzo di mantenere un’espressione innocente.

Verifico lo stato del balcone dopo la disinfestazione. Puzza chimica a parte, la visione non è macabra come credevo. Una bella spazzata e tutto sarà come prima.

Mi volto a guardarlo: ha già smesso i panni del predatore spietato. Il suo sguardo è lieto e distratto, come ti aspetti da un bambino. Ad attirarlo adesso è il rombo di un aereo che scorre da una nuvola all’altra. Solleva il braccio e allunga le dita, come per toccarlo.

“Non puoi. È in alto nel cielo, lontanissimo”

“Come Dio?”

“In un certo senso…”

“E da lassù ci guarda?”

“Forse, ma da così lontano ci vede piccolissimi”

“Come formiche?”

Venticinque Punto Zero

(Testo liberamente ispirato al film La venticinquesima ora di Spike Lee.)

Nell’ora che segue l’ultimo rintocco – che non si nomina perché in esilio, un passo oltre la ventiquattresima – sono immobile a contemplare dall’alto la città: un bel vedere di corpi, lividi e macerie.
Non inganni il mio nome. Gennaro Esposito è il codice a barre di un’anima tra milioni di altre, senza nome e senza speranza. Anime del purgatorio.

È buio, ma non abbastanza. Un’ombra famigliare galleggia sull’osceno ristagno di corpi. La riconosco: è la mia. Vittima tra le vittime. Di quale carnefice colpa? Essere nato nel posto sbagliato, costretto a patire in eterno l’eco assordante dello stesso, unanime, giudizio: COLPEVOLE… COLPEVOLE… COLPEVOLE.

Annuncio: Gennaro Esposito è stanco. Di quell’indice e di questa colpa.
Che nessuno osi più segnarlo col dito, confonderlo con gli altri, perché lui è onesto, e vuole ancora credere che prima dell’orgoglio d’essere napoletano, deve venire quello d’essere uomo.
Ci siamo arrivati, lo riconosco: è il GRADO ZERO.

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Una questione di concentrazione

Mi sono convinto

e scommetto di farcela

a percorrere solo coi piedi

questo cammino

che mi separa dal tuo grembo.

È solo questione di concentrazione

mi dico.

Non farmi distrarre.

I fumi dell’alcol mi stanno cercando

dentro le ossa che sfuggono al controllo.

Ma sono convinto

non mi scoveranno

È solo questione di concentrazione

mi dico.

Un passo per volta.

Non devi distrarmi.

E vedrai, vedrai che sono già lì.

Con la testa rossa

e i capelli sfatti

sul tuo grosso seno.

Mentre tu ridi di essere un’altra.

E tutto quell’alcol mi è andato alla testa.

E ho confuso l’amore

con una questione di concentrazione.

Il guitto senza tempo

Chi sei, tu?
Sei un secolo, o un secondo?
Sei un battito di mani
che si spegne con le luci
oppure sei la vita
che si recita la parte?
Chi sei, piccolo uomo
che li percorri tutti, questi secoli,
come se fossero scintille
da cui ti ripari
dietro quel battito di ciglia rovesciate
nell’intervallo muto senza tempo
tra questa fine e un sempre nuovo inizio
prima che giunga il suono, tanto atteso,
di mille mani chiuse e poi riaperte
in un così prezioso istante per te
da non avere prezzo.

Sei solo un guitto
un guitto d’altri tempi.
Con quelle braccia arrese
sollevate in un cappello vuoto
oppure tese, verso il basso,
a raccattar la gloria
ti ostini nel percorrere le strade
che portano quei nomi sconfinati
dei tuoi bei sogni e delle tue passioni.
Un passo per volta, attraverso i secoli,
fermandoti di tanto in tanto a bivaccare
senza distogliere lo sguardo dal tuo cielo
fisso negli occhi spalancati di chi guarda
e forse attende ansioso una risposta
che poi magari un giorno ti darà.

Poi accada quel che accada.
Perché tu, anima sporca e nobile,
continuerai a percorrere il tuo palco
che per te è la vita
come per gli altri la vita è un palco
cercando ancora di sfuggire
la quotidiana regola del recitare per vivere
provando, sempre più ostinato,
quando la folla si sarà stretta un poco attorno
e le nuvole dal vento cancellate
semplicemente a vivere per recitare.

L’odore di casa

La storia di ogni casa reca con sé un odore, come un essere umano il proprio DNA. Esso si tramanda di panno in panno, e di padre in figlio. Ho creduto per anni che, nella mia, questo DNA fosse andato perso, dissolto in una nebbia di autocommiserazione e di paure.
Ero dunque cresciuto respirando un’aria sterile, vittima di un infanzia consumata in un non luogo, assieme a delle non persone, dove aveva regnato un non odore?

Dalla finestra della cucina, Marco vedeva gli scheletri arrugginiti dei palazzi in costruzione, la vecchia caserma dei carabinieri, lo slargo con dentro l’erba altissima dove la gente gettava i rifiuti, e più in fondo a sinistra, l’autostrada grigia che di notte diventava bella, perché era l’unica a brillare in tutta quella oscurità.
Dalla mia di finestra scorgevo anch’io quel nostalgico paesaggio di periferia ma solo un po’ più spostato a destra. La casa di Marco era quella accanto al vecchio ascensore, la mia quella dall’altra parte, un po’ più distante che era meglio perché di notte non arrivava tutto il fracasso del congegno meccanico.

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Il sogno di Hendrix

Il grande Jimi diede da parte la sua vecchia chitarra.
Poi si mise in piedi, fermo, a divorare quel silenzio. Non ebbe il tempo di trovarlo inquietante. Perché quegli occhi pesanti e dilatati ricaddero sul mistero della biancamagica polvere d’oro.
Come i sogni, che faceva con le note in bocca e nelle mani, mentre stringeva il dannato strumento di morte. Si alzarono di colpo in volo mille note, nel silenzio prezioso.
Il laccio stringeva il piccolo braccio scuro, e nella notte un cuore si fermò, immerso in quell’assolo ferrato e folle.
Si spensero due piccoli occhi neri che urlavano la vita troppo in fretta per lasciarle lo spazio, l’aria. E respirare in quel frastuono divenne un male insopportabile per chi, come lui, il rumore lo scacciava fuori a calci.
Per rimanere solo, assieme alla memoria. Sua madre che entrava leggera fu allora il ricordo. Ma quali benzine e chitarre rovesciate nel buio. Ma quali estasi e divampanti emozioni.

Bambina cerca di capire,
ti dirò amore in mille modi ancora,
ma la mia musica è sangue sulla pelle,
acido benzina e alcool puro
e tu non capiresti.
Lasciati dormire adesso.
Resterò solo nell’ultimo momento
guardandomi lo sguardo in queste corde
lucide come ghiaccio,
tirate a cappio stretto attorno ai sogni.

Poi venne il silenzio, sicuro e prezioso come se stesso. Quando ci si appartiene.
E furono lacrime di fan coglioni e inutili.
E furono amori secondari, da dietro l’angolo.
Una sveltina e via. Tra le bottiglie di alcool rovesciato.
E tanta vita bruciata in un istante. Per dare fuoco a quella sola, giganteggiante e unica, chitarra.

La signora dall’enorme cappello

È festa in città.
Il rumore invade tutti gli spazi.
La strada brulica di gente;
di bimbi col gelato,
di grassi uomini col bastone,
di piccoli sorrisi affilati.
Passeggia la signora dall’enorme cappello.
Non si ferma mai
avanti e indietro
avanti e indietro
avanti e indietro
nella sua interminabile marcia.
Sente ridere forte alle sue spalle
ma avanza inarrestabile e fiera,
più forte dello scherno,
più forte dell’invidia,
più forte dell’odio.

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Il vecchio cieco

Pian piano nel parco un cieco cammina.
Percorre con calma gli ultimi viali della sua vita.
Che siano semplici – pensa –
che siano dritti e di lieve pendenza
che siano privi dei tanti ostacoli
dei tanti ostacoli già sopraggiunti.
Alcuni affrontati, alcuni aggirati
alcuni…

Pian piano nel parco un vecchio cammina.
È solo nel buio. Ma è un altro buio.
È il suo, di buio.
Adesso è lì che pensa: se non ci fosse il vento…
come farei se non ci fosse il vento,
che mi accompagna verso il mare?
Se non ci fosse il profumo dei fiori…
come farei se non ci fosse il profumo dei fiori,
che allieta le mie giornate sempre più lunghe
in questa vita sempre più breve?
Se non ci fosse la ghiaia, sotto i miei stanchi piedi…
se non ci fosse, come potrei scivolare così bene
lungo questa ripida pendenza,
come potrei mai?

Pian piano nel parco un cieco si siede.
Cosa avrà da sorridere?
Si domanda la studentessa pettegola.
Cosa avrà da star male?
Si domanda l’accattone, nel suo buio.
Non ha niente da ridere
e niente da star male.
Ha solo capito, finalmente.
Ha solo deciso di lasciare il suo vecchio bastone
che torni pure alla sua natura.
Ha solo deciso di lasciarsi andare a quella ripida discesa
che torni pure alla sua natura.

Una questione di giustizia

Fu di madre fredda e dura come la pietra.
Il padre, vittima dei soliti problemi con l’alcool, per lo più fu assente.
Maria ebbe vita aspra e graffiante che, cinica, volle strofinarsi sulla sua tenera pelle così simile alla seta (che, peraltro, mai poté permettersi).
Vi fu poi quel fratello maggiore di anni quattro, che prima di trasferirsi definitivamente in carcere, le mise più d’una volta le mani addosso.
Dunque Maria si sposò, come usano dire loro, “per dovere”.
La giovane ragazza era infatti incinta e, nel paese, la famiglia non avrebbe altrimenti resistito alle chiacchiere.
Il marito, un eterno perdigiorno, ebbe poco carattere.
A ciò si aggiunse quella storia sbagliata, che finì sulla bocca di tutti.
Il povero figlio, da lei amato più della stessa sua vita, smise di respirare una mattina di settembre, ai piedi del letto di una sconosciuta comunità di recupero per tossicodipendenti.
La sua vecchiaia fu rapida ma carica di pensieri, accanto a un marito reso oramai immobile dal tempo.

Veniamo al dunque. La faccenda appare chiara.
Maria Loiodice: nata alla fine del primo millennio sotto il cielo delle comete cadenti, ha lasciato per la prima volta la terra dopo un primo giro assai sfortunato e poco soddisfacente sotto ogni profilo e, si deve dire, non per sua diretta responsabilità.
Si alzò in piedi Equielio, viceré delle buone intenzioni, oltre che ministro della giustizia su Terra e altri pianeti: Per la rinascita… propongo farfalla.
Le mani dell’intera giuria celeste si sollevarono all’unisono come spiccassero il volo in quell’oceano brulicante di stelle.
E vada per la farfalla. Sentenziò il Grande Giudice.
Tutti sorrisero.

Una tazza di tè

Sorseggiando innervosito quel tè amarognolo e insapore, d’un colore indistinto tra il giallo e il marrone, ebbe per un attimo la quasi totale sicurezza che dovesse esistere, da qualche parte, una famiglia simile alla sua, in tutto e per tutto. Ma immensamente più fortunata. Una famiglia in cui il tè riuscisse d’una colorazione più uniforme e gradevole, d’un gusto più intenso e pieno, d’un calore più duraturo e ristoratore.
Sia chiaro, egli non pensò per un secondo alle famiglie ideali e noiose, di pubblicitaria memoria, né tantomeno al cinema o al teatro… ma fu certo, per quel breve istante, che a loro fossero toccate la tazze sporche dell’altra famiglia, appena risciacquate e nuovamente riempite d’acqua, che a quel tè rubava solo il lontano ricordo di un sapore.
Gli sovvenne che forse questo non valesse solo per quello stupido tè ma per tutto ciò che circondava lui e il loro restante, insulso, mondo. Che anche i loro quadri fossero in realtà solo una copia, sbiadita, degli originali in mostra su altre pareti, e lo stesso valesse per i colori, gli odori, i piaceri grandi e piccoli… forse perfino per i sentimenti provati, e le emozioni. Che insomma, tutti i brandelli componenti il mosaico della loro mediocre esistenza, fossero in realtà un tenue riverbero della perfezione goduta, amata e assaporata fino al midollo, da quegli stronzi fortunati di prima categoria. Si domandò, allora, se per caso non fosse tutto il mondo costruito in base ad una cinica e semplicistica scala piramidale, i cui gradini erano ideali sempre più inquinati e malconci, alla base della quale c’erano loro, gli sfigati. E al vertice, invece, quel gran culone di dio.
Se così era, dunque, di quello stesso dio, così tanto osannato e temuto, cosa restava a loro terrestri di bassa piramide, se non forse qualche scartata briciola divina, da intingere con amarezza nelle centinaia e centinaia di tazze da tè sporche, servite di continuo dalle cucine di quei cieli migliori?

Scartò su un lato del tavolo la sua colazione.
Vi poggiò con cautela la testa, riparandola fra le braccia conserte.
Poi si risollevò. Un istante solo.
Il tempo di gettare dalla finestra quei suoi enormi occhi umidi.
Immaginandoli infallibili esche di sogni migliori.